Louisiana, l'America che non ti aspetti

di Mariateresa Truncellito

Si fa presto a dire America. Ma quale? C'è il Texas megalomane di Bush, dollari, petrolio & potere. O l'America trendy e modaiola di New York, sempre un palmo avanti al resto del mondo. C'è quella luccicante ma fintissima di Hollywood, Los Angeles. Quella abbronzata e muscolosa delle spiagge californiane. Quella kitsch, esagerata e sfrenata di Las Vegas. E poi c'è la Lousiana. L'America che non ti aspetti. Perché lo Stato del pellicano e delle magnolie, i simboli nazionali, punta sul romanticismo (è una delle mete preferite dagli americani in luna di miele) e sulle tradizioni: dalle chiassose parate del Mardi (il prossimo cadrà il 24 febbraio 2004) all'indolenza delle piantagioni. E se il resto degli States si interroga su come condurre la guerra al cibo spazzatura e all’obesità, qui la gastronomia è strepitosa. Ma, soprattutto, la Lousiana è orgogliosa di poter vantare una storia che la avvicina all'Europa. Di qui sono passati francesi, spagnoli, inglesi, italiani, africani e pirati caraibici, lasciando tracce indelebili. A cominciare dal nome, affibbiato ai territori del delta del Mississippi dall’esploratore francese Robert de La Salle, in onore del suo re Luigi XIV.

Proprio nel 2003 lo Stato festeggia il bicentenario del Louisiana Purchase, il trattato che raddoppiò il territorio degli Stati Uniti. Era il 1803: il presidente Thomas Jefferson voleva New Orleans, il più importante centro commerciale del Nord America. Napoleone, che aveva fin troppi grattacapi con l’Europa, pensò bene di concludere un ottimo affare e liberarsi delle terre d'oltreoceano troppo lontane e incontrollabili: in cambio di oltre 21 mila chilometri quadrati di territorio, dalle Rocky Mountains al Mississippi River, la Francia incassò 15 milioni di dollari. E bye bye Lousiana, anche se il legame non si è mai spezzato del tutto: c'è ancora, soprattutto nel Cajun Country, chi parla la lingua degli antenati. Con una certa approssimazione che fa sorridere i molti turisti francesi in malinconico pellegrinaggio nei possedimenti perduti.

L’indolenza del Mississippi

Per accorgerti che New Orleans sia un'altra America non c'è neanche bisogno di addentrarsi nel pittoresco rettangolo del French Quarter, costellato di edifici francesi e spagnoli vecchi di tre secoli, di negozi di brique-a-braque, abiti vintage e tutto quanto occorre per un rito voodoo. Basta lo sguardo del tassista sulle tue scarpe. «Belle. Chi è lo stilista? Quanto costano?». E tu, che hai sempre creduto che gli americani si sentissero inarrivabili in fatto di mode, non hai quasi il coraggio di dirgli che in Italia, per un paio così, basta andare in un grande magazzino. Sì, qui è proprio un'altra America. Lontanissima dalla frenesia altezzosa delle capitali della East Coast. Il tempo lo dà lo scorrere lento del Mississippi. «New Orleans è la Venezia d'America», dice Mary Joe, mentre accompagna i turisti nel dedalo del vecchio mercato. «Anche le sue fondamenta poggiano sull'acqua. C’è un senso di precarietà e di urgenza nell'afferrare la vita». Mica sempre, però. «Faccia un giro in tram. O in carrozza. E non perda una minicrociera sul battello a vapore. Ma senza fretta: il nostro motto è Laissez les bon temps rouler, lascia che il buon tempo si faccia godere»: ti accoglie così la placida signora della reception dell'hotel Le Richelieu. Alle sue spalle, una gigantografia in bianco e nero dei Beatles, perché «Paul McCartney ha dormito qui». Più che un sonnellino, si è fatto un pezzetto di vita: alla fine degli anni Settanta, con la moglie Linda e figli, per tre mesi monopolizzò tutto il secondo piano per godersi con calma una delle città più musicali del mondo. New Orleans, patria di Louis Armstrong, Jelly Roll Morton, King Oliver, è la culla del jazz, ma soddisfa tutti i gusti: nel calendario della leggendaria House of Blues ci sono Suzanne Vega, Pat Benatar, Ray Charles, Billy Bob Thornton, Tracy Chapman. C'è passato anche il nostro Zucchero. E, per i più tradizionalisti, c'è il Gospel Brunch della domenica: anche Mahalia Jackson è nata qui.

La vita notturna, del resto, non si ferma a Bourbon Street. La via pullula di locali, dai pub dove cantare a squarciagola ai night equivoci con ballerine di lap dance. Complice la musica assordante, le luci, la confusione, ogni sera, anche fuori stagione, i giovani danno vita al loro Mardi Gras, lanciando sulle ragazze dobloni e perline di plastica colorata dai balconi dei bar. E il grido che andrebbe riservato alle maschere, «Throw me something mister», mi lanci qualcosa signore, diventa «Show me something», cioè mostrami qualcosa...

Il pigia-pigia è impressionante, ma basta girare l'angolo, puntare verso Basin Street e il Louis Armstrong Park (meglio in taxi, per non rischiare brutti incontri) per arrivare da Donna's. Dove può capitare di essere gli unici, privilegiatissimi, spettatori di una brass band che suona dell'autentico jazz. «Di dove siete?», chiede il contrabbassista durante una pausa. «Allora, Bossi ce la fa o no a dividere il nord dal sud?», continua ridendo. «Ho vissuto in Italia per due anni, suonavo nel gruppo di Pino Daniele. Napoli e New Orleans si assomigliano: ottimo cibo, allegria, gente simpatica, tanta musica, calore. Confusione. A Napoli ho sentito spesso questa frase: siamo a due ore d'auto da Roma, ma due secoli più indietro. Lo stesso vale per New Orleans rispetto agli Stati Uniti».

Nonostante tutto, lo Stato più romantico d'America non rinuncia a fare tendenza. La massima gloria nazionale è un’icona globale: Britney Spears, la teen-ager (ormai cresciutella) che ha venduto più dischi nella storia del pop, è nata a Kentwood.

Il vecchio sud

Se il fascino di New Orleans fa girare la testa, non meno seduttivo è il resto del Paese. Le strade panoramiche attraversano laghi, foreste, pianure soleggiate e verdissime. Girare in auto o in bicicletta è facilissimo. Non per niente anche i vip adorano la Lousiana, il suo cibo, il suo ritmo. E quando non ne possono più di fan e paparazzi si rifugiano nel "Vecchio Sud". Niente alberghi, meglio un bed & breakfast in una romantica casa dell'Ottocento. Troverete foto di celebrities un po' ovunque, nei ristoranti alla moda, dove sono “very popular” le ostriche gratinate, e nei locali tradizionali, dove si gusta jambalaja (riso, e carne o pesce) e gumbo (densa zuppa di pesce con riso, frutti di mare, salsiccia, pollo e okra), infuocati dal Tabasco. All'ingresso di “Mulate's”, a Breaux Bridge, l'elenco fa delle star impressione: tra gli altri, ci sono venuti Joe Cocker, il regista Oliver Stone, Paul Simon, Bob Dylan, Ron Howard, Matt Dillon e Meg Ryan. Chissà se si sono anche scatenati nelle danze al ritmo indiavolato di un violino cajun..

Prima della guerra civile, oltre tre quarti dei milionari americani erano raggruppati nella regione fra Natchez e New Orleans, il “Plantation Country”. La loro fortuna? Sterminati campi di cotone e canna da zucchero, e la manodopera a buon mercato degli schiavi. Di quell'epoca e di quell'opulenza, in Lousiana sopravvivono numerose magnifiche ville. Restaurate da miliardari moderni, sopraffatti dal fascino del passato, sono aperte al pubblico. Alcune offrono anche ospitalità: se, per una notte, volete sentirvi come Rossella O' Hara in Via col vento, potete dormire nell'alto letto a baldacchino di Chretien Point Plantation. Ta l'altro, la scala di questa magnifica casa è servita da modello proprio per quella di Tara nel film. A nord di Baton Rouge, la capitale, c'è la Lousiana inglese: attorno alla cittadina di St. Francisville, 140 edifici dichiarati monumenti nazionali, come la Rosedown Plantation, che vanta uno dei giardini più belli di tutta l'America, o The Myrtles, che invece vanta il maggior numero di fantasmi. Risale al 1700 Melrose Plantation, una delle più famose, perché racconta una storia tutta al femminile. Dalla fondatrice, Marie Therese Coincoin, una schiava liberata, alla scrittrice femminista ante litteram Kate Chopin (il suo romanzo Il risveglio, nel 1899 scandalizzò l’America vittoriana), alla celebrata artista naif Clementine Hunter, una cuoca di colore analfabeta scomparsa nel 1988 che nei suoi quadri a tinte forti ha narrato la vita in bianco e nero degli schiavi.

La piantagione sorge nelle vicinanze di Natchitoches, altra meta di pellegrinaggi “rosa”: la città è stata il set di uno dei primi film di Julia Roberts, «Fiori d'acciaio», del 1989. Le turiste vanno in cerca dei luoghi e delle reali donne del profondo sud che, nella pellicola, intrecciano le loro vite nel salone di una parrucchiera.

In Lousiana si balla anche il valzer. Succede nel Cajun, la zona attorno a Lafayette: è la regione degli Acadiani, i profughi di lingua francese che arrivarono qui nel 1763, scacciati dalla Nuova Scozia per motivi religiosi. I Cajun sanno come divertirsi: ogni mese dell'anno è animato da almeno un festival dedicato alle cose più disparate, i gamberetti di fiume, il pesce gatto, la canna da zucchero, ogni pretesto è buono per fare baldoria. E quando il chiasso viene a noia, è d’obbligo un'escursione in battello sulla palude. Per immergersi in un’atmosfera irreale, paurosa, e trovarsi faccia a faccia con alligatori, nutrie, aironi, tartarughe d'acqua e serpenti.

per «Anna» (Rcs Periodici), settembre 2003