Polvere di stelle - Perché tante dive si rifugiano nella droga?

di Mariateresa Truncellito

Dagli spettacoli alla cronaca rosa a quella giudiziaria: così si riassume la parabola di Serena Grandi, l’attrice coinvolta nell’ultimo scandalo della Roma-bene. Un’inchiesta della Procura che ha portato alla scoperta di traffico di sostanze stupefacenti e favoreggiamento della prostituzione, con una ventina di ordinanze di custodia cautelare, 35 indagati e un numero imprecisato di illustrissimi consumatori. «È un clamoroso errore», si è immediatamente difesa la Grandi. «Sono disgustata. Tutta colpa di un’auto che ho venduto anni fa. Non ho mai ceduto droga e con la prostituzione non ho niente a che vedere. Non sono una maitresse». Si è sfogata davanti al gip nel carcere di Regina Coeli. Poi si è avvalsa della facoltà di non rispondere.

Un silenzio davvero malinconico quello della prosperosa starlette protagonsta di tanti film caciaroni. Cominciato, però, già da alcuni anni: dimenticata dal mondo dello spettacolo, un matrimonio fallito alle spalle e tanti, troppi, chili in più. Per colpa della tiroide, secondo lei. Per colpa dell’abuso di sostanze chimiche, secondo chi le vuole male. Bolognese, classe 1958, Serena Grandi a metà degli anni Ottanta era il sogno erotico proibito degli italiani: grazie a Tinto Brass e al suo film Miranda, che ne aveva esaltato la sensualità traboccante e la bellezza gioiosa e solare. Dopo aver giocato per un po’ col suo personaggio di bellona supersexy, siccome gli anni passano anche per le dive, Serena sposa l’antiquario romano Beppe Ercole, vent’anni più di lei. Diventa una signora dell’Olgiata: villa con quattro domestici, un figlio, Edoardo e qualche partecipazione a fiction televisive, come Le ragazze di Piazza di Spagna. Ma non è felice: «Sono stata una protagonista assoluta. Oggi mi offrono solo parti di madre». Nel 1998 finisce anche il matrimonio. Nelle interviste, spesso dice: «Lo lasciai perché pensavo di aver bisogno di più libertà. Adesso, invece, vorrei tanto un compagno». Tinto Brass, il suo pigmalione, ha commentato così le vicende di queste settimane con Il Corriere della Sera: «Ai tempi di Miranda, Serena era di una bellezza assoluta. Poi si è chiusa, credo soffrisse di depressione. Una sindrome comune: tanto più sono state belle, tanto meno riescono a sopportare i guasti del tempo. Ma non credo alle accuse che le vengono rivolte».

Scandali moderni

Del resto, è vero che il mondo dello spettacolo italiano si è spesso trovato coinvolto in inchieste giudiziarie per traffico o consumo di stupefacenti. Ma si è trattato sempre di vicende molto controverse, che spesso si sono concluse con il proscioglimento dei personaggi noti. Il primo scandalo dei tempi moderni che vede coinvolta un’attrice risale al 1972, quando i carabinieri fecero irruzione al Number One di Roma, un locale all’epoca molto trendy: tra i nomi eccellenti, quello di Marisa Mell, legata a uno dei principali imputati, il playboy e produttore Pier Luigi Torri. Austriaca, bellissima, Marisa aveva debuttato nel nostro Paese nel 1965, in Casanova 70, accanto a Marcello Mastroianni. Poi era passata al thriller all’italiana. Protagonista degli ultimi scampoli della dolce vita romana, regina dei rotocalchi, fiamma del connazionale Helmut Berger (altro attore noto per eccessi ed abusi) nel corso degli anni Settanta aveva visto la sua stella spegnersi lentamente. Curiosamente, nel 1980 si trova a lavorare in La compagna di viaggio, film demenziale di Ferdinando Baldi, attorniata da stelline emergenti: Moana Pozzi, Anna Maria Rizzoli e Serena Grandi.

Nel 1991 è la volta di un’altra attrice sexy, amatissima dai maschi italiani: Laura Antonelli, indimenticata interprete di Malizia, viene arrestata nella sua villa di Cerveteri. Sotto l'effetto della cocaina, l'attrice non cerca nanche di nascondere ai carabinieri i 36 grammi di polvere bianca purissima che teneva in salotto come cioccolatini. Lei racconta che la droga gliela fornisce il fidanzato, il produttore Ciro Ippolito. «Così mi tiene legata». Lui, con poca eleganza, si difende dicendo che non la voleva più, che lei gli si attaccava disperatamente e che la storia della droga era solo la vendetta di una donna scaricata. I giudici, però, le credono e il gentiluomo finisce in manette.

È sempre la cocaina, nel 1995 al centro di un’inchiesta sull’asse Roma-Napoli per un traffico miliardario, a portare in carcere Gioia Scola, interprete di Yuppies 2: gli inquirenti le attribuiscono un ruolo importante nell'organizzazione criminale gestita dal suo amante, il boss Vincenzo Buondonno. Lei si difende strenuamente: «Non ho mai tirato coca e non ho mai fatto il corriere della droga. Un pentito ha fatto il mio nome, raccontando quello che aveva sentito dire, ma sono tutte bugie».

Un’altra attrice finita in una brutta storia di droga è Nadia Rinaldi: nel 1998, la simpatica interprete lanciata Christian De Sica con Faccione viene arrestata all'uscita di un locale romano. In casa, avvolta in un cellophan e nascosta in una scatola di scarpe, custodiva un chilo di cocaina, del valore di oltre un miliardo di lire. «Non è mia», si difende. «È di un mio conoscente per il quale la stavo conservando». Forse costretta. L'amico era Luca Giuliocesare, 28 anni, compagno di un’amica della Rinaldi, arrestato pure lui, e già inquisito in passato per reati legati alla droga. Dopo cinque anni, il nome di Nadia Rinaldi è tornato sui giornali: tra i molti ristoratori coinvolti nell’inchiesta della Procura romana c’è anche quello di suo marito, Ernesto Ascione, proprietario del locale Le Iene. Il marito dell’attrice si è costituito.

La tragedia di Luisa e Osvaldo

Sarà un caso, ma in tutte queste storie di attrici italiane invischiate nel narcotraffico o nel narcoconsumo “cherchez l’homme”, come direbbero i francesi: c’è sempre di mezzo un uomo. Se si fa un salto nel tempo, all’epoca della neonata Cinecittà, troviamo un’altra vicenda che ha per protagonisti una bellissima attrice, il suo amante e la cocaina. La raccontano Marco Innnocenti e Enrica Roddolo nel libro Belle da morire (Mursia ed.) È il 1939: Luisa Ferida, romagnola, di umili origini, giovane attrice ancora alle prime armi ma, come si dice oggi, emergente, conosce il collega Osvaldo Valenti. Rampollo di un barone siciliano, specializzato in ruoli da cattivo sullo schermo, nella vita è eccentrico, esibizionista, sciupafemmine. E tossicomane. Valenti l’ha invitata a cena per fare un favore al regista Alessandro Blasetti, che la vuole nel film Un’avventura di Salvator Rosa. Scoppia la scintilla. La Ferida e Valenti sono prima una coppia sul lavoro, nelle pellicole di Blasetti: La cena delle beffe, La corona di ferro.

Nel 1941 sono insieme anche nella vita. Li chiamano «il dandy e la contadina». Lui le farà conoscere gli intellettuali, la cultura, le feste. E la inizierà anche alla cocaina. Un vizio caro, carissimo. Che li porterà, attraverso varie infelicità (compresa la perdita di due figli) a un pesante coinvolgimento con il regime di Salò. Nel 1944 Osvaldo Valenti si arruola nella Decima Mas di Junio Valerio Borghese. Luisa Ferida è sempre al suo fianco. E i ragazzi di Salò cantano «San Marco, San Marco, cosa importa se si muore, con la coca e col suo amore la Ferida a fondo va». Valenti procaccia merci per la Decima Mas. Un affare va storto e lui finisce in galera: ha acquistato autocarri rubati ai tedeschi. Pietro Koch, il feroce capo di una delle polizie “nere”, lo fa uscire. A Milano, nella villa degli orrori di Koch, dove tortura partigiani e organizza festini con fiumi di cocaina, la coppia vive l’ultima torbida ed esaltante stagione. Il Comitato di liberazione nazionale li condanna a morte: nel 1945 vengono fucilati. Luisa Ferida aveva 31 anni ed era incinta.

Celluloide drogata

Confrontati con questa drammatica vicenda, quelli di oggi appaiono scandaletti. Vero è che la droga ha accompagnato la vita dei divi fin dagli albori di Hollywood. Negli anni Dieci del secolo scorso, quando gli Stati Uniti vennero presi dalla frenesia per la “settima musa”, se qualche attore non ce la faceva a tenere il passo, per dargli una spintarella c’era sempre la “polverina della felicità”, come si chiamava la cocaina in quei giorni. Anzi, si affermò rapidamente un genere comico molto scatenato, definito “stile polverina”: Kenneth Anger, nel suo libro Hollywood Babilonia, ricorda The mystery of the Leaping Fish, con Douglas Fairbanks nella parte di un detective drogato marcio. Ed è del 1920 il primo, vero scandalo: la ventenne Olive Thomas, briosa reginetta delle Ziegfeld Follies, moglie di Jack Pickford (fratello di Mary), si uccide a Parigi con il veleno. Nei giorni precedenti era stata vista mentre si aggirava tra i bassifondi della città. In cerca di una grossa scorta di eroina per il marito, tossicomane. Come lei, che però preferiva la coca. La drogata più affascinante di Hollywood, sempre scondo Kenneth Anger, era però Barbara La Marr, lanciata da Douglas Fairbanks nei Tre moschettieri. Aveva provato tutti i tipi di stupefacenti conosciuti, prima di andarsene per una dose fatale di eroina nel 1926, a ventisei anni. Teneva la cocaina in un piccolo scrigno d’oro, sopra il suo pianoforte a coda.

Molti, molti anni dopo Louise Lasser, moglie di Woody Allen, durante un pomeriggio di shopping ha una crisi di nervi mentre si trova in una delle boutique più chic di Rodeo Drive: per calmarsi, la signora Allen si siede sul tappeto e comincia a rovistare freneticamente nella sua borsetta. Finché trova un involtino di carta stagnola. I poliziotti di Berverly Hills la portano via prima che possa fare uso della agognata polverina bianca. Accessorio da borsetta anche per Linda Blair, la protagonista dell’Esorcista.

Spacciatori in farmacia

Cocaina, eroina, Lsd. Ma anche psicofarmaci a gogo: moltissimi divi senza la chimica non sono in grado di affrontare il set, reggere il ritmo frenetico della mondanità, tenersi in forma osemplicemente alzarsi dal letto alla mattina. Andie MacDowell, protagonista di Quattro matrimoni e un funerale, ha raccontato : «Quando facevo la modella mi si chiedeva di perdere peso e io usavo un prodotto che spacciavano per farmaco, ma non lo era». La bella e sfortunata Romy Schneider, una delle attrici più popolari e amate, comincia la sua discesa all’inferno dopo la separazione dal marito Harry Meyen, regista teatrale, che le aveva portato via metà del suo patrimonio. Non dorme più, alterna alcol e sedativi, lavora molto ed è perennemente sotto stress. Nel 1975, il secondo matrimonio, con Daniel Biasini, un playboy francese di dieci anni più giovane. Nasce una figlia, Sarah, ma lui non è fedele, si serve di lei e del suo denaro. Nel 1980 si separano. Pochi mesi prima si era suicidato Meyen, padre di suo figlio David, 14 anni. Nel 1981 Romy si lega al produttore Laurent Petin. Ma si ammala: un tumore al rene. Si riprende. Il 5 luglio David rimane infilzato su un cancello. L’attrice, distrutta dal dolore, non torna più a casa: vive in albergo, non dorme, soffre di gravi crisi depressive. Il 29 maggio 1982, a 44 anni, la trovano morta su un divano, nella casa parigina di Petin. Arresto cardiaco: aveva preso un sonnifero con un bicchiere di vino.

Anche Marilyn Monroe, il 5 agosto 1962 muore uccisa dai sonniferi. Che, paradossalmente, l’avevano accompagnata e sostenuta per tutta la vita. Ha infatti solo 26 anni quando, nel 1953, dopo il film Niagara, da semi-sconosciuta pin-up diventa una stella del firmamento di Hollywood. Proprio allora comincia a prendere amfetamine, ansiolitici, antidepressivi. Infelice nel privato (falliscono, uno dopo l’altro, i matrimoni con Joe Di Maggio e con Arthur Miller), frustrata nel suo desiderio di maternità, insoddisfatta del ruolo di oca giuliva che il cinema le ha cucito addosso, non può fare a meno di alcol, pillole per dormire ed eccitanti per tirarsi su. E comincia a frequentare le cliniche.

Qualcuna ne esce

I centri di riabilitazione di divi variamente intossicati sono un’industria fiorente in California: sorgono lungo la costa del Pacifico, a Malibu soprattutto, al riparo da occhi indiscreti. Il più famoso di tutti è il Betty Ford Center, che ha ospitato Liza Minnelli, Liz Taylor, Carrie Fisher (la principessa Laila di Guerre Stellari) e Drew Barrymore. Ex bambina prodigio, oggi attrice e produttrice di successo dei film ispirati alle Charlie’s Angels, Drew a 7 anni era già una celebrità grazie al film E.T. Travolta dal successo, a 9 anni beveva, a 10 fumava marijuana, a 12 è passata alla cocaina e a 14 ha tentato il suicidio. Quindi un decennio di pellegrinaggi da una clinica all’altra. Della sua triste parabola dice: «È arcinoto che moltissimi divi usano fiumi di droga semplicemente per farsi coraggio sul set. Ma vengono coperti. Perché quando anch’io avevo gli stessi problemi non sono stata coperta con una scusa qualsiasi, come un esaurimento nervoso o un raffreddore?».

Non si è nascosta invece Melanie Griffith, che ha addirittura aperto un sito internet per aiutare le persone schiave di una qualsiasi forma di tossicodipendenza. Adolescente problematica e turbolenta, scappata a 14 anni con l’attore Dan Johnson, aveva avuto problemi con alcol e cocaina. «Tutti sanno che nel 1988 mi sono sottoposta a un trattamento antidroga e non intendo più ricadere nei miei errori per il resto della mia vita», aveva più volte ribadito la star di Una donna in carriera. Ma nel 2000 era stata costretta a tornare in clinica, per abuso di farmaci antidolorifici a causa di un vecchio incidente d’auto che le provocava una forte cervicale. Determinante l’aiuto di suo marito, Antonio Banderas: «Melanie ha fatto un ottimo lavoro su se stessa e la famiglia è molto orgogliosa di lei. Ne abbiamo discusso a lungo, se parlare o no del suo ricovero: ma credo fosse l’unica cosa da fare. È meglio non nascondersi. Se ti nascondi, peggiori. Ci sono molte persone al mondo con lo stesso problema, mia moglie non è sola».

Tappe bruciate anche per Juliette Lewis, che a 17 anni aveva impressionato pubblico e critica nel ruolo della figlia di Nick Nolte che seduce Robert De Niro in Promontorio della paura, seguito da successo come Mariti e mogli di Woody Allen, Strange Days di Kathryn Bigelow e Natural Born Killers di Oliver Stone. Dopo il 1996 Juliette sparisce. Anche dai rotocalchi, dove aveva tenuto banco per la sua love story con l’allora emergente Brad Pitt. Un esilio forzato, per sconfiggere il demone della droga. «Non sono stata in un centro di disintossicazione. Ho affittato una casa sul mare, in Florida: mia sorella, suo marito e i loro due bambini sono venuti a vivere con me. Mi hanno aiutato anche un paio di persone della NarcAnon, un centro di riabilitazione tipo alcolisti anonimi. E Scientology. Oggi ho un rinnovato rispetto per me stessa e per il mio talento».

Sembra invece ancora lontana dal ritrovare se stessa Courtney Love, 39 anni: lo scorso ottobre, l’ex cantante e attrice, vedova del leader dei Nirvana Kurt Cobain e madre di una bimba nata in crisi di astinenza, è stata arrestata a Los Angeles per uso di stupedacenti. La turbolenta star è stata sorpresa davanti a una casa, nel quartiere di Wilshire: aveva appena infranto i vetri della finestra per cercare di entrare, forse per una rapina. Arrestata e subito dopo rilasciata dietro il pagamento di una cauzione di 2500 dollari, dopo neanche mezz’ora è stata prelevata da un ambulanza nella sua villa di North Alpine Avenue, a Bevery Hills, in stato di overdose. È stata ricoverata e sottoposta a trattamento di disintossicazione. Era già successo nel 1994. E pensare che nel 1996, dopo la convincente interpretazione nel film Larry Flynt, oltre lo scandalo, che le aveva fatto meritare una nomination al Golden Globe, in molti avevano sperato che Courtney avesse chiuso con la droga. Ma il successo non basta. Polvere di stelle, appunto.

da «Bella» (Edit), 2 dicembre 2003