Psicologia: tutti sul lettino
di Mariateresa Truncellito
«Quando mia moglie mi ha lasciato, mi è crollato il mondo addosso», racconta Adriano C., 43 anni, tecnico dei telefoni che vive in provincia di Brescia. «Mi sentivo un fallito e, soprattutto, non riuscivo più ad avere un dialogo sereno con mia figlia Marta, di 5 anni. Temevo mi giudicasse male, perché la mamma aveva preferito un altro uomo al suo papà. Proprio per lei, per Marta, ho ascoltato il consiglio di un amico e mi sono rivolto a uno psicologo».
Invece Francesca, giornalista fiorentina di 32 anni che ha appena finito la psicoterapia, ci è arrivata per la sua incapacità di mantenere relazioni d’amore stabili: «Sei anni fa avevo la sensazione che la mia vita andasse in una direzione che non era quella che volevo. Soffrivo molto di crisi d’ansia e sceglievo sempre uomini sbagliati. La psicologa mi ha prospettato un cammino lungo: un incontro a settimana, per cinque anni. Ma già dalle prime sedute ho avuto dei miglioramenti: l’ansia si è attenuata e ho capito chedovevo rivedere alcune cose della mia vita, compreso il rapporto molto conflittuale con mio padre. Non ho smesso di soffrire, ma ho imparato a farlo meglio. L’analisi mi ha anche insegnato a riconoscere l’uomo giusto: il destino mi ha fatto incontrare Marco. E non sono più scappata».
Sono 500 mila gli italiani che avrebbero bisogno del supporto dello psicoterapeuta, l’1 per cento della popolazione, secondo una stima degli psicologi. Perciò è stata consegnata al presidente del Senato, Marcello Pera, una petizione firmata da 40 mila persone per chiedere al Parlamento il rimborso delle prestazioni di psicoterapia da parte del Servizio sanitario nazionale. Per il momento, chi ha bisogno di psicoterapia deve pagarsela. È già gratuita nei dipartimenti di salute mentale o in neuropsichiatria infantile. Ma le liste d’attesa sono lunghe.
Troppo dolore o troppa gioia
«Mio padre è morto all’improvviso. Un dolore grandissimo, inatteso e inimmaginabile, che mi ha prostrato», racconta Elisa, 39 anni, insegnante di Napoli. «Tutto mi sembrava privo di senso, persino il mio lavoro. Dopo un anno, mi sono resa conto che da sola non sarei mai riuscita a superare l’angoscia che mi attanagliava. Come si dice? Non riuscivo a elaborare il lutto. Perciò ho cercato aiuto». Ma c’è anche chi si rivolge al terapeuta al culmine di quella che, almeno in apparenza, è il massimo della felicità: basti pensare ai tanti belli, ricchi e famosi (vedi box) dello scintillante mondo dello spettacolo che finiscono in una lussuosa clinica specializzata nella cura dei mali dell’anima.
Va dallo psicologo chi soffre di depressione, di ansia, di paure, di delusioni sentimentali. Chi ha subito un trauma. Ma anche l’adolescente in crisi, il genitore in difficoltà, il manager stressato o l’impiegato vittima di mobbing da parte del capufficio, il padre di famiglia affetto da sindrome del gioco d’azzardo o da sessodipendenza, la signora afflitta da calo del desiderio o il ragazzino vittima di overdose da messaggini sul cellulare. E persino la squadra di calcio, come il Palermo, che nel 1999 fu la prima in Italia a chiedere aiuto a una psicologa per tornare in serie B (ce l’ha fatta). In una società dove il successo e la realizzazione personale sono tutto, ci si rivolge allo medico dell’anima non solo per guarire dalla sofferenza, ma anche per imparare a dare il meglio di sè: sull’onda di un fenomeno americano, lo psicologo è diventato “coach”, cioè il consulente che mette a punto una sorta di programma personalizzato per ottenere i massimi risultati nella professione, nello studio, nello sport.
Psicologo superstar
Il saggio L’interpretazione dei sogni di Freud è uscito nel 1900. Ma, a più di un secolo dalla sua scoperta, l’inconscio è più che mai di attualità. E i suoi termini sono entrati nel linguaggio di tutti i giorni: la prof è “isterica”, il vicino di casa spione “paranoico”, il mercato borsistico “depresso”, l’amica “repressa” e il lapsus “freudiano”, appunto. Non c’è fatto di cronaca che non venga commentato da uno psicologo: da quelli più drammatici e effettivamente incomprensibili per la maggior parte di noi, come il delitto di Cogne, la tragedia del Pirellone, ai meno agoscianti come la sconfitta della nazionale di calcio ai mondiali o il divorzio miliardario di Tom Cruise e Nicole Kidman. Lo psicologo-tuttologo trionfa sui giornali e in tivù, dove tra il serio e il faceto è ospite fisso del Maurizio Costanzo Show, commenta le vicende erotico-sentimentali delle bellone di Sex and the City, allevia le fatiche dei reclusi della casa del Grande Fratello o è al centro di una trasmissione che vuole farci «prendere coscienza delle nostre debolezze e affrontare le insidie della vita con maggiore consapevolezza», come recita il sito di I sette vizi capitali.
Ma l’interesse non è solo superficiale: la psicologia “tira” anche in libreria. Conferma Ilaria Angeli della Franco Angeli, casa editrice con un ricco catalogo di titoli di psicologia rivolti al grande pubblico e agli operatori. «C’è bisogno di informazione, ma anche di aggiornamento da parte degli stessi psicologi. I titoli più richiesti? Quelli che riguardano la depressione, i disturbi alimentari e, soprattutto, il rapporto tra genitori e figli. Il volume di Giuliana Ukmar, Se mi vuoi bene dimmi di no, è stato un vero caso editoriale, con 40 mila copie vendute. Altrettanta fortuna hanno avuto i libri di Gustavo Pietropolli Charmet sulle relazioni familiari e il disagio degli adolescenti. Abbiamo ristampato più volte anche il volume Panico e fobie, richiesto sia dagli operatori che dal pubblico».
I fenomeni acuti, come i serial killer o la violenza in casa invece, interessano più agli addetti ai lavori e ai giornalisti. «L’unico caso dove, purtroppo, vendiamo su entrambi i fronti, è quello degli abusi sui minori», continua Angeli: «Del libro Chi ha paura del lupo cattivo abbiamo fatto ristampe a gogo, per soddisfare la richiesta di genitori e insegnanti, evidentemente preoccupati dalla possibilità che i loro bambini possano essere vittima di malintenzionati. Si vendono meno, invece, i libri di psicanalisi in senso stretto: tuttavia, dopo una recensione su Repubblica abbiamo avuto un boom di richieste per La ferita dello sguardo, una ricerca psicoanalitica sulla malinconia, a cura di Patrizia Cupelloni. Trattandosi di un saggio interessante per gli addetti ai lavori, abbiamo fatto una tiratura di routine. E invece per soddisfare il boom di richieste abbiamo dovuto fare due ristampe in pochi giorni».
In cerca di risposte
Ma tutto questo interesse per la psicologia è la spia di un reale bisogno, di un aumento della sofferenza e del disagio, o l’ennesima moda spinta dai mass media? «Io credo che la gente chieda aiuto perché non sta bene, non è felice e perché non sa come mettersi in relazione con gli altri», risponde Luciano Di Gregorio, psicologo e gruppoanalista di Milano, autore del libro: Lo psicoanalista tascabile (F. Angeli). «E perché nelle istituzioni di base, la famiglia, la scuola, persino nel gruppo di amici, manca sempre di più quel dialogo che può aiutare a superare o almeno a capire il senso di un disagio».
La richiesta di aiuto è sostanzialmente di due tipi: «Da una parte ci sono le persone che hanno una sofferenza grave: depressione, crisi profonde di identità, difficoltà di apprendimento, anoressia, attacchi di panico. Patologie complesse, che, nei casi più estremi, possono invalidare il normale corso della vita impedendo la libertà di movimento delle persone. Dall’altra c’è il disagio esistenziale, spesso sottovalutato: la persona non soffre per una vera patologia, ma per un malessere legato all’affettività, una difficoltà a dare significato alla propria vita, un sentimento di infelicità e insoddisfazione. Che può anche manifestarsi con una malattia psicosomatica, una colite, un’allergia, una dermatite, che, pur fastidiosa, non impedisce una vita regolare».
Gli esperti concordano: gli italiani soffrono soprattutto di “mal di vivere”, mentre si sono ridotte le classiche psicopatologie. «Perché la società e la cultura sono cambiate e non producono più certi tipi di sofferenza », spiega Di Gregorio. «All’inizio del secolo, la famiglia era autoritaria, la repressione sociale piuttosto forte, la morale molto rigida: tutto ciò si scontrava con i desideri, le pulsioni, la sessualità dell’individuo. E su questo conflitto Freud aveva basato le sue teorie. Oggi la società è all’opposto: libera, individualista. E la famiglia è affettiva, aperta, permissiva. Ciò ha prodotto problematiche nuove: innanzitutto il bisogno di affermazione individuale e nello stesso tempo la ricerca di protezione in un’appartenenza omologante, il bisogno di conoscere maggiormente se stessi, oltre a un senso generalizzato di inquietudine, di caduta della speranza nel futuro e di precarietà dell’esistenza».
A ciascuno la sua crisi
Il disagio nasce anche dal contrasto tra la consapevolezza di vivere nel “villaggio globale”, un mondo sempre più piccolo, dove le distanze sono annullate, si può viaggiare e comunicare da un punto all’altro del pianeta, e un senso di perdita della propria individualità e di paura verso il “diverso”, lo straniero, l’immigrato. «Ciascuno manifesta a modo suo questa inquietudine generale», continua Di Gregorio. «C’è l’adolescente smarrito alla fine delle superiori perché non sa quale professione scegliere, chi vuol dare un senso a una relazione sentimentale perché l’ha perso, chi non sa come equilibrare la presenza in famiglia e l’impegno per la carriera».
«Ho 42 anni e, dopo venti anni di lavoro nella stessa azienda, mi ritrovo disoccupata in seguito a una ristrutturazione», racconta Gianna B., di Ancona. «Alla mia età e nell’attuale situazione del mondo del lavoro, penso proprio che sarà difficile trovare un altro impiego». Oltre a fare i conti con i problemi personali, dobbiamo anche affrontare ansie collettive, dovute al momento storico che ci troviamo a vivere. «È così», continua Luciano Di Gregorio. «Ogni persona attraversa crisi periodiche legate ai passaggi d’età: i trentenni alle prese con la nuova responsabilità, i quarantenni che fanno un bilancio della loro vita professionale e affettiva, i cinquantenni che cominciano a pensare al tempo che fugge e alla vecchiaia». Sono tappe obbligate, che però assumono caratteristiche diverse per ognuno di noi: «Per qualcuno si tratta solo di un momento di riflessione, che si attraversa con relativa leggerezza. Altri invece precipitano in una crisi drammatica. Oggi, oltre all’angoscia personale, c’è una perdita di speranza verso il futuro, chi sta male non trova conforto nella società, ugualmente attraversata da un senso di smarrimento collettivo».
Una pillola e tutto passa
Ma con tutto questo bla-bla sulla psicologia, cosa si aspetta chi si rivolge a uno psicoterapeuta? «Soprattutto una cura, come quando si va dal medico», risponde Luciano Di Gregorio. «Ed è l’errore più grosso che si possa commettere, perché in realtà non c’è proprio niente da curare. La sofferenza nasce innanzitutto da una mancanza di consapevolezza: la maggior parte delle persone non sa perché sta male e quindi la prima forma di “terapia” è dare un senso alla sofferenza, in base alla storia personale. L’attacco di panico, per esempio, riproduce la paura del bambino a separarsi dal genitore: la persona che ne soffre, anche se ha 30 o 50 anni, si trova nella condizione di un bambino piccolo che teme di morire perché non ha accanto un genitore che lo protegge. Non si può, pertanto, dire che bisogna “curare” la solitudine e la separazione dal genitore: si impara solo ad accettarle più serenamente, compiendo un cammino di crescita».
Un cammino che è lungo, spesso lento. Perciò non soprende che secondo un’indagine recente della rivista americana Jama, tra gli americani depressi sotto terapia (saliti da 1,7 milioni a 6,3 milioni in dieci anni) è raddoppiato il numero di persone curate coi farmaci (dal 37 al 75 per cento), mentre psicanalisi e psicoterapia sono in declino, dal 71 al 60 per cento. «Il farmaco è la soluzione più semplice perché elimina i sintomi, è più consona alla nostra società tecnologica postmoderna», commenta Di Gregorio. «È anche la soluzione più coerente per chi considera i disturbi della psiche il risultato di un problema organico, un’alterazione fisico-chimica nei meccanismi di funzionamento del sistema nervoso. Il disturbo viene eliminato chimicamente, e almeno per un po’ si sta bene. Indagare nella storia personale, invece, implica una lunga e faticosa riflessione su di sé. E non tutti hanno la voglia o la forza di farlo. Certo, gli psicofarmaci sono utili come terapia di supporto, per attenuare l’angoscia, per mettere la persona in condizione di lavorare su se stessa. Ma la ricerca di senso come aiuto psicologico, non implica una concezione terapeutica, è una prospettiva del tutto diversa».
Psicochat
In Italia gli psicologi al lavoro sono 37 mila. Accanto ai metodi terapeutici “ortodossi” (definiti da paroloni come freudiani, junghiani, lacaniani, adleriani, cognitivo-comportamentali, transazionali...), ci sono centinaia di offerte di psicoterapie rapide e a basso costo. Un censimento di qualche anno fa contava 400 forme diverse di psicoterapia riconosciuta. L’ultima frontiera dell’analisi è Internet, affollatissima di psicologi che possono essere consultati con la massima discrezione, rapidità e a prezzi modici: per vincere la paura di volare, per capire meglio il figlio un po’ troppo vivace o per decifrare il mutismo della teen-ager, per trovare una via d’uscita da un matrimonio in crisi. «Non ho il coraggio di parlarne con nessuno», dice un ragazzo di 19 anni al sito www.psiconline.it, tra i più seri e cliccati. «Anche se con la famiglia e gli amici mi comporto normalmente, sono disperato. So che dovrei andare da qualche specialista per farmi curare, ma non ho il coraggio di ammetterlo. Aiutatemi». In rete, oltre a restare anonimi, si può scegliere come comunicare: chat riservate dove prenotare un appuntamento individuale, e-mail, news group per scambiare esperienze.
Per i bambini difficili
Bambini “difficili”: maltrattati, vittime di abusi, o più spesso (per fortuna), semplicemente incompresi dagli adulti. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità l’8 per cento dei minori soffre di un disturbo psichico. Per gli specialisti, sono almeno il doppio. Proprio il “padre” della psichiatria infantile italiana, Giovanni Bollea, è il promotore della petizione popolare al Parlamento per una psicoterapia convenzionata, cioè visite gratuite o dietro pagamento di un ticket. Perché, mentre il disagio minorile ha assunto i connotati di un’emergenza, anche la legge che prevede l’istituzione dello psicologo scolastico è ferma. La Francia ha 8 mila psicologi impiegati nelle scuole, la Spagna 7 mila. In Italia invece gli insegnanti possono solo chiedere aiuto a uno psicologo della Asl, che interviene in veste di consulente. «Ma non tutti sono d’accordo sul suo utilizzo», sottolinea Luciano Di Gregorio. «Le Asl hanno poco personale, i ragazzi “difficili”, con problemi di apprendimento o di socializzazione sono tanti, e la possibilità di un intervento davvero efficace è molto limitata. Di recente, si è fatta strada l’ipotesi di introdurre una funzione nuova, quella del tutor, già presente in alcune scuole italiane e molto all’estero: una figura che, affiancando l’insegnante, dovrebbe ascoltare il ragazzo in difficoltà e aiutarlo a riflettere su se stesso, mediando tra lui, la scuola, i genitori, i compagni, l’ambiente sociale. Un insegnante con competenze specifiche che riesca ad avere una conoscenza dettagliata del problema, e solo in un secondo tempo, se si accorge che esistono delle gravi difficoltà, possa contattare lo psicologo».
Smarriti di fronte al mondo
La delicata situazione internazionale, il terrorismo, le guerre, l’emergenza ambientale. La tragedia dell’11 settembre, con le immagini del distastro continuamente rilanciate dalle televisioni di tutto il mondo, ci ha reso improvvisamente consci della fragilità di tante nostre certezze. E la paura verso il futuro è aumentata. Un recente sondaggio dell’Eurisko mostra che, rispetto a un anno fa, il 61,7 per cento degli italiani si sente più preoccupato per quanto riguarda la possibilità di essere vittima di atti di terrorismo e il 62,1 per cento in merito alla distruzione della natura. Cresce la preoccupazione anche sui temi della criminalità, delle pensioni e del lavoro. «Anche questo senso di impotenza, di precarietà spiega il ritorno alla psicoterapia tradizionale e alla psicologia di gruppo», sottolinea Luciano De Gregorio. «Negli ultimi decenni si erano affermate terapie di ispirazione orientale, che mescolavano tecniche anti-stress e metodi di controllo della mente, in grado di potenziare le “energie positive” a scapito di quelle negative, e alleggerire così il peso dell’esistenza. Oggi queste terapie sono un po’ in declino, proprio perché il disagio personale si inserisce in quello collettivo ed eliminare lo “stress” non serve a molto. I conflitti internazionali o il buco dell’ozono sono minacce astratte per ciascuno di noi. Però, inconsciamente, ci influenzano e fanno sì che la nostra speranza verso il futuro si affievolisca. Il nostro progetto di felicità, di realizzazione personale incontra ostacoli enormi, che possono essere affrontati solo dalle istituzioni, dalla società stessa. Il non vedere sbocchi, soluzioni, anzi l’aggravarsi della situazione, non fa che peggiorare questo generale senso di smarrimento».
Vip sull'orlo della crisi
«È la scoperta del secolo. Tutti dovrebbero andare in analisi»: è l’opinione che la top model Carla Bruni ha sostenuto con forza con la rivista francese Psychologies. «Sfortunatamente, c’è gente che non vuole fare sforzi per stare meglio. Io invece sono una “praticante convinta”: la psicologia è parte essenziale della mia vita. Permette di accettare il dolore della condizione umana. Permette di accettare la realtà della vita».
Anche la solare Barbara D’Urso è riconoscente alla psicoanalisi: «Nel ‘93 si è chiusa la mia unione con Mauro Berardi, dopo 11 anni e due figli. In poco tempo sono dimagrita di dieci chili. Non dormivo più, ingoiavo dosi sempre più massicce di psicofarmaci. Davanti ai miei bambini e nel lavoro cercavo di far finta che tutto andasse per il meglio, ma un senso di disperazione mi stava annientando. La depressione mi ha minacciato per tanto tempo, ma quando ho scoperto i miei figli che piangevano abbracciati nel lettone, nascosti sotto il piumone per non farmi vedere il loro dolore, mi sono rimboccata le maniche: quattro hanni di psicoanalisi mi hanno permesso di chiarire tante cose a me stessa, di attingere forza da riserve che in fondo tutti abbiamo».
Timidissima, nervosa. Margherita Buy incarna, suo malgrado, lo stereotipo della donna nevrotica. Il cliché le dà fastididio, anche se per anni si è affidata alle cure di uno psicoanalista, e avrebbe sofferto anche di un blocco alle gambe, di origine psicologica. «Roba di tanto tempo fa. Ora sono più serena. Non ho nevrosi, al massimo fobie: quella dell’aereo, per esempio. In passato ho fatto in treno anche viaggi di duemila chilometri. Oggi lo prendo, ma ammutolistico fino all’atterraggio».
«La psicoanalisi è la grande esperienza, quella più prolungata e intensa della mia vita», dice Giuliana De Sio (44 anni). A 18 anni, travolta dal successo dello sceneggiato sulla scrittrice Sibilla Aleramo, si rivolse a un analista junghiano. Poi a una psicoterapeuta freudina. Infine a un analista di formazione lacaniana. «Vent’anni di analisi è un formidabile percorso conoscitivo. Ma forse ho conosciuto più i miei analisti e meno me stessa. Mi sento divisa tra il desiderio di parlarne malissimo e quello di dire che non se ne può fare a meno. Da una parte sento che è il tempo che mi ha cambiata, gli sbagli hanno portato a correggermi. Dall’altra, la mia esperienza è così speciale che se non l’avessi fatta, oggi sarei una persona diversa». E oggi? «Con la psicoanalisi ho chiuso, non ne sento più il bisogno. gioco a tennis, sto all’aria aperta. Probabilmente ho l’illusione di essere guarita».
Grata alla psicoanalisi è Francesca Neri, che ha recuperato il bandolo delle sue tante personalità, dopo un’infanzia tormentata euna serie infinita di rapporti nevrotici col mondo e le persone.
«Non mi sono mai sdraiata sul lettino dello psicanalista, ma continuo a leggere libri sull’argomento», ha detto invece Nancy Brilli. «Dall’analista però ci sono andati dei personaggi che ho portato in scena. E forse è stato proprio il teatro a salvarmi...»
L’ancora di salvezza di Isabella Ferrari è stata invece la maternità. «Sono diventata famosa a 15 anni, mi sono buttata sbagliando su tutto: amore, film, città, persone... Non avevo strumenti culturali, non ho finito le scuole. Per anni mi sono vergognata di me. Adesso ho imparato ad amarmi, anche attraverso l’analisi. Ma ho smesso il giorno in cui è nata la mia prima figlia, Teresa».
Il giornalista Paolo Guzzanti invce c’è ricascato: «Avevo 38 anni quando ho fatto la mia prima analisi, in seguito a una crisi coniugale dolorosissima. Dopo quattro anni si è conclusa. A distanza di vent’anni sono tornato dalla mia analista, perché stavo male, di nuovo per ragioni sentimentali. Per sentirmi dire: “Vede che ha voluto concludere troppo in fretta la prima volta?”». Rincara la dose la poetessa Viviane Lamarque: «Il mio caso non era dei più facili; a quattro anni, oltre ai miei genitori naturali avevo perso anche il papà adottivo. Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice, ha scritto qualcuno. Grazie all’analisi io l’ho riavuta a 40 anni. E spesso rimpiango di non averla iniziata prima. Forse avrei salvato il mio matrimonio!».
Di diverso parere Platinette: «Dal mal di vivere non si guarisce, è incurabile quasi per definizione. Non cerco una cura definitiva. Uso gli antidepressivi, mi fanno volare, mi fanno tornare un’adolescente cretina. Non cedo alle psicoterapie: troppo lunghe, costose e sopratttuto inutili. Rendono tutti uguali. Invece io ci tengo al mio pizzico di follia».
Il successo logora. E non fa più scalpore la notizia che un divo americano è dovuto ricorrere a una clinica per riabilitazione (mentale), ormai frequentate più che i centri per il fitness: dalla strapagata Mariah Carey, che tempo fa ha ceduto di schianto allo stress di un supertour, un film, un disco e l’abbandono del fidanzato Louis Miguel, a Ben Affleck, che all’apice del successo, per liberarsi dall’angoscia e dalla dipendenza dall’alcol ha scelto una clinica dal nome incoraggiante: «Promises», promesse. Da Britney Spears, vittima di una crisi d’ansia che, l’anno scorso, le ha causato un collasso, a Angelina Jolie, ricoverata in clinica psichiatrica per curare la depressione sopraggiunta dopo l’Oscar per Ragazze interrotte (dove interpretava una psicolabile). Stessa sorte per Gwyneth Paltrow, entrata in crisi dopo la conquista, giovanissima, dell’Oscar come miglior attrice per Shakespeare in love. Naomi Campbell, nota per i suoi litigi terrificanti con parrucchieri, fotografi, stilisti e domestici, ha curato il caratteraccio e gli scatti d’ira in Arizona, dopo aver picchiato la sua segretaria. Melanie Griffith ha cominciato a lottare da giovanissima con i suoi demoni interiori, a colpi di droghe e alcol. L’ultima dipendenza che ha dovuto sconfiggere è stata quella dagli antidolorifici, presi a casaccio per attenuare i postumi di un colpo di frusta. L’esperienza è stata così devastante che l’attrice ha creato un sito internet per ascoltare la gente e aiutarla a liberarsi da qualsiasi tipo di dipendenza. Niente di nuovo sotto il sole: Marilyn Monroe per anni fu analizzata da ben cinque guru della sua epoca (compresa Anna Freud). Purtroppo, come sappiamo, non furono abbastanza.
Ma al cinema, nessuno meglio di lui ha saputo mettere sullo schermo ansie, ossessioni, insicurezze: il nevrotico Woody Allen ha sintetizzato in una celebre battuta il suo rapporto con l’analista, «Faccio analisi da 15 anni. Ancora uno e poi vado a Lourdes».
da «Bella» (Edit) 9 luglio 2002
