Noi sappiamo tutti i vostri segreti

di Mariateresa Truncellito

Sentimenti battono varietà uno a zero: Maria De Filippi in C’è posta per te vince la sfida degli ascolti con Dalla & Ferilli. Ma procedono a gonfie vele anche gli Scherzi d’amore di Federica Panicucci, gli Uomini e donne ancora della De Filippi e la tanto vituperata Alda D’Eusanio di Al posto tuo. Perché, alla faccia dei criticoni, i sentimenti e i fatti privati piacciono e appassionano milioni di italiani. Che si identificano nelle storie raccontate al di là del video. Anche quando sono taroccate e interpretate da abili attori?

Ma sì: ormai lo hanno detto e scritto tutti, ma in fondo allo spettatore poco importa. Quello che gli interessa è immaginarsi in quelle situazioni, parteggiare o criticare i protagonisti. E, magari, trovare una risposta a un problema personale: perché invidia, gelosia, passione, amore, dolore, sogno, solitudine sono sentimenti che appartengono a noi tutti. Da sempre: in fondo, la real tv, fatta da gente comune che parla di tradimenti, liti di famiglia, clamorose rappacificazioni, incomprensioni e felicità, ha portato sullo schermo i temi della fortunatissima «posta del cuore». Una rubrica che, da tempi immemorabili, è presente su tutti i giornali degni di questo nome. Quotidiani e giornali "maschili" compresi. Che, per raccogliere sfoghi e confidenze, hanno arruolato amici di penna eccellenti: da Susanna Agnelli (unica donna diventata ministro degli esteri) su Oggi, a Rita Dalla Chiesa su Intimità, dalla sessuologa Alessandra Graziottin (Anna), al filosofo Umberto Galimberti (D di Repubblica), alla scrittrice femminista Sheere Hite (Io Donna). E molti altri nomi, diventati ormai confidenti per antonomasia proprio grazie a una rubrica di colloquio coi lettori. Bella ha incontrato i più famosi.

Massimo Gramellini «Cuori allo specchio», Specchio della Stampa

Ho cominciato la rubrica nel 1998. Da quotidianista, ho notato che i giornali affrontano la realtà sempre da un punto di vista socio-economico e politico. Quasi mai sotto il profilo dei sentimenti, delle emozioni, che invece è quello che ricorre di più nei discorsi della gente. La tv ci prova, ma purtroppo in modo peggiorativo: io invece ho notato che le persone non sono colpite tanto storie estreme, magari taroccate, ma da quelle in cui possono identificarsi, magari perché anche loro le hanno vissute o un loro parente o amico. Storie semplici, insomma.

Ricevo una quarantina di lettere alla settimana, a volte lunghe anche venti pagine! Chi mi scrive, al giornale o sul sito Internet della Stampa, per lo più, si trova in una situazione di sofferenza, dolore o confusione. Le donne spesso mi attribuiscono un "plus" rispetto ad altre rubriche come la mia: tante lettere contengono la frase "Lei che è un uomo, mi spieghi perché mio marito fa così...".

Il tema più ricorrente è quello della signora 40-50enne che per la prima volta ha scoperto il brivido di un’avventura amorosa e vuole sapere come conciliarla con l’impegno, la famiglia, l’affetto per il coniuge. Ma mi scrivono anche moltissimi uomini, specialmente ragazzi. E tanti gay, protagonisti di una rivoluzione del costume: non raccontano tanto le loro difficoltà esistenziali, ma lettere simili a quelle degli etero, del tipo "Mi sono innamorato di Tizio, ma lui mi preferisce Caio, che cosa devo fare?".

Non ho mai ricevuto una lettera da un personaggio famoso, però, due o tre volte, mi ha scritto una giornalista che stava con un uomo che non sopportava la sua fama: erano fax anonimi, ma dall’intestazione ho capito che si trattava di una professionista della Rai. Mi chiedono spesso se le lettere sono inventate: sicuramente non da me. Non ho sempre la certezza che quanto mi viene raccontato sia vero e mi sforzo di selezionare le lettere più strane. Ma mi domando anche quanto sia importante: credo che ciò che conta è che parlino di fatti che possono succedere a tutti. Una volta, una persona ha spedito la stessa lettera sia a me che a Natalia Aspesi: il caso ha voluto che la pubblicassimo la stessa settimana, con due risposte di senso opposto...

Piuttosto, la cosa che mi crea più imbarazzo è che spesso rispondo con molto ritardo: mi succede di aprire una busta spedita due mesi prima e di leggere: "Devo decidere entro domenica, sono nelle tue mani...". Per fortuna, col tempo ho capito che la gente non scrive tanto per avere un suggerimento, quanto per chiarirsi le idee. Inviare un messaggio a uno sconosciuto che ti sta simpatico può essere un pretesto che aiuta a trovare un po’ di pace. Ricevo spesso e-mail scritte nel cuore della notte: mi piace pensare che siano di qualcuno insonne perché ha nel cuore un’angoscia, che va al computer, scrive a me e poi finalmente si addormenta.

Credo che il successo di queste rubriche dipenda dall’assenza di valori forti nella società di oggi: la gente è sola, ma anche smarrita, insicura perché non sa a che cosa aggrapparsi. Ho capito che chi mi scrive ha un grande fiducia in me: ciò, oltre a farmi capire perché si affermano personaggi come Vanna Marchi, mi preoccupa molto. Perciò, mentre all’inizio facevo parecchie battute, adesso sto molto attento, perché mi sono reso che chi mi legge non lo fa come con un articolo qualsiasi. Tanto che, ogni lettera, porta con sè una serie di commenti: c’è chi condivide la mia risposta, chi invece dissente e pure chi mi rimprovera per cose che io non ho neanche pensato, ma che è convinto di aver letto tra le righe...

Per fortuna, c’è stata anche una storia bellissima a lieto fine: quella di un ragazzo innamorato di una donna che aveva lasciato tanti anni prima, alla quale non sapeva come dichiararsi. Gli ho dato i miei consigli, ma poi, invece di parlare ha fatto leggere alla ragazza la sua lettera sul giornale. Si sono sposati e mi hanno pure mandato la partecipazione...

Barbara Palombelli «Le storie di B. P.», Io donna

Ho iniziato il colloquio coi lettori nel 1996, a Repubblica. Vivevamo la prima fase di Internet: il pubblico poteva arrivare in redazione in tempo reale... L’interattività è sempre stata la mia passione e così ho continuato anche nel settimanale che esce al sabato con il "Corrierone".

Io Donna è un settimanale bisex, per fortuna! Scrivono uomini e donne, con una leggera prevalenza per le seconde. Di tutte le categorie: il livello è assolutamente trasversale, proprio come il mondo di Internet. C’è la colf che ha problemi di lavoro e la scrittrice che mi mandò false lettere per poi raccoglierle in un saggio sulla Rete: da allora sto attentissima, pubblico solo le lettere di cui sono certa. Il tema prevalente in questo periodo è però la solitudine delle cinquantenni, insieme con la grande "voglia di volontariato" dei ventenni.

Il desiderio comune di tutti coloro che scrivono è rompere il muro che ci divide dagli altri. In una parola: comunicare. Di più e meglio, grazie al computer. La lettera più strana l’ho pubblicata su Repubblica tre anni fa: arrivava da un ingegnere che era andato da un mago per farsi togliere il malocchio. Ancora oggi c’è chi mi scrive per avere il recapito di quel mago...

Mi succede spesso di essere turbata di fronte a una lettera, e talvolta di non sapere proprio cosa dire: allora passo la parola ai lettori per un "dibattito" pubblico sul tema sollevato. In molti mi riscrivono per raccontarmi come è andata a finire: c’è chi si lamenta (per fortuna, le tribune sono libere...), ma ho anche combinato sette matrimoni, da uno dei quali è già nata una bambina, Valeria, che ho conosciuto. Perché si sente il bisogno di affidare il proprio privato a un giornale? Perchè siamo sempre, tutti, più soli. Io stessa racconto spesso in tv cose che non direi a casa.

Barbara Alberti, «La posta del cuore», Anna

Il desiderio di tenere una rubrica di posta del cuore mi è venuto nel 1984, con l’avvicinarsi dei 40 anni. Li temevo, immaginavo chissà quali fantasmi, pensavo che la mia vita sentimentale ne avrebbe molto risentito. Una volta le donne galanti si davano alla chiesa, io ho deciso di darmi al racconto d’amore.

Avevo bisogno di sentire delle presenze, però non ingombranti, che non mi restassero appiccicate addosso. In fondo, rispondendo alle lettere, anch’io racconto i fatti miei. In vent’anni le cose sono cambiate molto meno di quel che dicono i giornali. Certo, nell’84 non si faceva ancora l’amore via Internet o erano più rare le passioni per uomini extracomunitari. Ai tempi di Brunella Gasperini forse il dubbio che arrovellava era "gli ho concesso la prova d’amore. Sono rovinata". Mentre oggi invece mi scrivono: "Sono vergine, faccio spavento perché gli uomini non vogliono pigliarsi responsabilità".

Sono variazioni di costume che si riflettono anche sull’amore. Ma le grandi domande sono sempre le stesse: m’ama, non m’ama. Oppure: ho due uomini, quale scelgo? Del resto, se così non fosse, non potremmo emozionarci leggendo Shakespeare. In generale, chi si rivolge a me è infelice: se una sta bene e si diverte col fidanzato, perché dovrebbe perdere tempo a scrivere a Barbara Alberti? Un tema ricorrente, che mi strazia, è quello della ventenne che sta per sposarsi con un fidanzato che non ama più perché si sente impegnata, con lui, coi parenti, coi genitori. Situazioni frequentissime, alla faccia di tutti gli strilli sulla modernità. Oppure la donna che da tre decenni sta con un uomo sposato, è ormai una signora matura ma continua a giocare il ruolo dell’amante perché lui, anche se è già nonno "non se la sente di lasciare i figli e la moglie".

Gli uomini sono spesso demonizzati, ma anche se siamo nel 2000, molte donne pur di averne uno sono ancora pronte a bassezze inaudite. È strano, per delle imperscrutabili combinazioni in certi periodi arrivano più lettere che parlano della stessa cosa: una volta sono tutti cornuti, un’altra volta hanno tutti problemi coi genitori, un’altra ancora mi capitano, nella stessa mandata, due donne innamorate di preti.

Mi sorprende il fatto che scrivono tanti giovanissimi: perché aspettare una risposta va contro la rapidità moderna. E mi sorprendono le lettere bellissime che arrivano dagli anziani: come quella di un uomo che, a 75 anni, ha riscoperto il sesso con la moglie dopo che lei aveva trovato delle poesie erotiche dedicate alla sua amante ed era stata presa da un’improvvisa gelosia. Molti riscrivono, moltissimi si lamentano: ma è il sale di questo lavoro! Magari speravano che li maltrattassi e non l’ho fatto. Io mi comporto come un confidente: dato che non ho la verità in tasca, dato che in amore sono una disgraziata come loro, dico le cose sul muso, come le direi a un mio amico. Arbitrariamente: chi mi scrive sa benissimo che io sbaglio. Ma, nel 90 per cento dei casi, se ne frega della mia risposta, perché sa già quello che dovrebbe fare. Scrive per avere una conferma, ma, soprattutto per essere ascoltato. In questa solitudine immensa in cui viviamo ci siamo inventati l’ascolto a pagamento, dallo psicanalista. Oppure scriviamo a una rubrica. O a più rubriche: ho ricevuto anche lettere fotocopiate, ho pensato che sono arrivate anche le mie "colleghe di penna".

La mia preferita è Natalia Aspesi. D’altronde, ci sono segreti che non si dicono neppure a una sorella, ma magari a uno sconosciuto incontrato in treno sì, proprio perché non lo rivedrai più. Chi mi scrive ha con me lo stesso rapporto losco, di complicità momentanea, bruciante. Spesso ricevo lettere che mi turbano: cosa puoi dire a chi ti scrive "Mia madre si è uccisa buttandosi dalla tromba delle scale"? Ci sto a pensare dei giorni e, un paio di volte, l’enigma era così forte che non ho risposto. Ecco, se una cosa è davvero cambiata sono le e-mail: mi hanno tolto il piacere di aprire la lettera, di stuprare la busta... e poi: quante cose si capiscono dalla scrittura, dalla carta, dal colore dell’inchiostro!

Franca Pagni, «Amore Sesso e Coppia», Bella

Anche il colloquio con i lettori è una rubrica "di servizio". Perché ci si rivolge a un giornale e non al proprio medico o a uno psicoterapeuta? Credo che i motivi siano due: innanzitutto la solitudine, la mancanza di punti di referimento validi. Magari si parla con un’amica, della quale però non ci si fida in fondo, perché ci giudica o perché, magari, da un punto di vista sentimentale è messa peggio di noi. Perciò si preferisce il giudizio di un "esperto" che reputiamo imparziale.

Poi credo che sia allettante l’anonimato, la distanza: rivolgersi a un medico, a un sessuologo o a uno psicoterapeuta implica la disponibilità a mettersi in gioco, magari affrontando una terapia lunga e costosa. Molti di coloro che mi scrivono desiderano una risposta privata: anche se mi hanno "scoperta" leggendo Bella, non vogliono essere pubblicati. Non perché gli argomenti siano particolarmente scabrosi, ma perché desiderano solo una soluzione al loro problema.

Rispetto a quando ho cominciato, circa cinque anni fa, sono aumentati gli uomini che mi scrivono. E le domande, soprattutto sulla sessualità, sono un po’ meno ingenue: la gente quindi è meglio informata. Frequentissime sono le lettere delle adolescenti, tormentate in particolare da dubbi sentimentali, proprio da "posta del cuore" (gli piaccio? non gli piaccio?) e dalle insicurezze tipiche della loro età. Le signore in menopausa invece mi rivolgono domande sopratutto sui problemi di salute e sessualità legati a questa particolare fase della vita femminile. Nella fascia di mezzo, temi frequentissimi sono il tradimento, la ricerca di una strada per riconquistare il partner, ma anche l’angoscia e la sofferenza della single che da anni ha una relazione con uomo sposato e non riesce a venirne fuori.

Altro argomento ricorrente è il calo del desiderio, magari coincidente con la nascita di un figlio. Chi si rivolge alla mia rubrica la considera una specie di pronto soccorso: non vuole semplicemente sfogarsi, ma chiede suggerimenti o la soluzione del problema: "vorrei troncare con lui, ma non ce la faccio" oppure "come posso convincerlo a lasciare la moglie?". Io cerco sempre di rispondere a tutti. C’è chi mi riscrive più volte, non tanto per raccontarmi come è finita ma per chiedermi altri consigli, magari con nomi diversi: una volta dalla scrittura ho capito che si trattava della stessa persona, anche se nella prima lettera aveva un problema di impotenza e nella seconda "devo farlo tutti i giorni". Forse chiedeva consiglio per qualche conoscente...

Le lettere false non sono frequenti: di recente me ne è arrivata un po’ inquietante, che parlava di perversioni, e mi sembrava un po’ troppo sopra le righe per essere vera. Perciò non ho risposto. Un po’ per curiosità, un po’ per mestiere, amo leggere i colloqui con i lettori su altri giornali: ho notato che, oltre a una certa uniformità di temi, ci sono domande che a volte sono stimolate da ciò che si vede alla tivù, in pubblicità o al cinema. Per esempio, da quando è uscito il film Le fate ignoranti, ho ricevuto molte lettere di ragazze omosessuali o no che si interrogano su questa problematica. Lo stesso era successo con il lancio del Viagra.

Isabella Bossi Fedrigotti, «Lettere personali», Sette

Da bambina vivevo in campagna. Mentre i miei fratelli si divertivano ad aiutare un vicino di casa giardiniere col suo orto, io andavo nella serra, dove c’era una pila di riviste femminili che lui usava per avvolgere i vasi, e passavo il tempo leggendo le rubriche di posta. Sono stata perciò una predestinata a questo lavoro: senza contare che la mia timidezza mal si concilia con l’attività di giornalista "sul campo", mentre il colloquio coi lettori si fa nella più totale autonomia e solitudine.

L’impegno comunque è grande, totalizzante: soprattutto al Corriere, per 5 anni ho risposto tutti i giorni, comprese le domeniche. Cosa è cambiato in dieci anni di rubrica? Sono aumentate le lettere che parlano di sentimenti e sono arrivati gli uomini, che hanno esattamente gli stessi problemi delle donne: non trovo l’anima gemella, alle donne interessano solo i soldi, la posizione, la bella macchina, solo i vincenti fanno strada, io voglio una donna sentimentale, che scopra la tenerezza che mi porto dentro...

A Sette scrivono soprattutto dai 35 anni in su, di livello culturale abbastanza alto, ma ho ricevuto anche lettere da bambini, da un principe (vero), da gente poverissima che scrive su un pezzo di carta strappato da qualche parte, da preti, da manager che passano il fine settimana al casino di Montecarlo. In generale, i temi più ricorrenti sono la disoccupazione, l’infelicità familiare (incompresioni tra genitori e figli o con i parenti) e sentimentale. Mi hanno angosciato molto i quattro o cinque giovani che, senza firmare la lettera, mi hanno raccontato i loro propositi suicidi. E poi mi turbano moltissimo le lettere dei disoccupati: il cinquantenne con figli che non riesce a ricollocarsi, il trentenne che è tornato a dipendere dai genitori o il ventottenne meridionale che non ha mai avuto un posto fisso. Mi stravolgono, perché non hanno bisogno delle mie parole, ma di un lavoro. Però, qualche volta, è successo che pubblicando le loro lettere qualcuno abbia offerto aiuto.

Ho sempre voglia di sapere come è andata a finire la storia: c’è chi mi riscrive, anche per anni, alcuni sono diventati amici, mi sono venuti a trovare, mi invitano, mi mandano i dolci... Ma ci sono anche quelli rabbiosi verso le mie risposte: "voi giornalisti siete così superficiali, imbroglioni, stupidi...".

Arrivano lettere finte, alcune volutamente provocatorie nei miei confronti perché sono una donna. Io penso che a chi scrive a un giornale non basti l’idea di essere ascoltato: vuole vedersi pubblicato, perché significa che è stato preso in considerazione da qualcuno che gli ispira fiducia. La risposta però incide poco: non lo dico per modestia, ma perché le mie sono risposte di buon senso, quelle che chiunque darebbe e si darebbe: "Amo uno sposato che mi tiene solo per una sera alla settimana. Cosa devo fare?" Lo sa benissimo anche lei che lo deve mollare. La mia risposta può confermare, ma certamente non può far cambiare idea.

Natalia Aspesi, «Questioni di cuore», Venerdì di Repubblica

Quando ho cominciato? Non ricordo, forse 5 anni fa (sono 10, evidentemente anche Natalia Aspesi non è stanca della rubrica, ndr). Nessuno dei colleghi voleva occuparsi del colloqui coi lettori, forse ritenendolo un lavoro diciamo "non elegante". Io invece ho deciso di provare, di vedere se ne ero capace.

Ho l’impressione che le persone che mi scrivono siano sempre più colte, informate, con sempre maggior capacità di analisi di se stessi e dei rapporti. Non so sono migliorati gli italiani in blocco o se sono cambiati coloro che si rivolgono alla mia rubrica, ma ricevo sempre di più lettere che mi lasciano incantata e commossa per la loro bellezza, che mi fanno ben sperare per il Paese. Gli interlocutori sono per un terzo donne, un terzo uomini e un terzo omosessuali.

Una volta mi ha scritto anche un ragazzino di 12 anni, che voleva dimagrire perché la sua ragazza delle elementari non lo voleva perché era grasso. Le lettere troppo strampalate le scarto, perché sono quasi sempre inventate. Io desidero riuscire a leggere in una lettera una verità, di sentimenti e di situazioni. Mi capita spesso di non sapere cosa rispondere: però mi sforzo di pubblicare lo stesso la lettera, perché non è giusto metterla da parte per la mia incapacità, e perché è comunque importante, per chi legge oltre che per chi l’ha scritta.

I temi? Sempre gli stessi: l’abbandono, la timidezza, la solitudine, il tradimento. Cambia il modo in cui sono raccontati. È però in aumento il numero di coloro che pensano all’amore come a qualcosa di assoluto: non è importante che duri, che si trasformi in una convivenza, in un matrimonio o in una famiglia, non è importante che abbia un futuro. Ciò che importa è provare emozioni e sentimenti fortissimi, anche fine a se stessi e limitati nel tempo. Spesso le mie risposte mi attirano rimproveri, perché io non sono così romantica e sostengo che è meglio un amore che metta radici. Ma io sono piatta piatta, molto pratica, ma dolore per dolore io consiglio sempre di scegliere quello che fa conservare dignità.

C’è anche chi mi ringrazia perché l’ho aiutato a capire: certo, io non pretendo di risolvere i problemi, per fortuna non sono il Mago Otelma, ma magari li indirizzo a ripensare alla loro situazione. L’80 per cento delle persone che scrive lo fa o su carta intestata o firma con indirizzo: c’è sincerità e una fiducia che mi fa molto piacere, perché anche quando li maltratto non si offendono, se mai si dispiacciono, ma capiscono la mia sincerità, perché cerco di non rispondere mettendomi in cattedra, ma mettendomi in gioco a mia volta, raccontando di aver provato le stesse cose o di essere passata per una storia simile. In generale, credo che le persone mi scrivano soprattutto per ascoltare se stessi: ordinando in una lettera sentimenti confusi, si capiscono meglio. E poi perché la gente, soprattutto i giovani, non sa con chi parlare: nè coi genitori, con i quali c’è un abisso, ma neppure con gli amici perché si ha timore a non apparire come ci dice la televisione, cioè forti, vincenti, belli, importanti, amati, quindi si nascondono le proprie fragilità. Però, siccome ci fanno soffrire, devono dirlo a qualcuno: come Natalia Aspesi.

Catherine Spaak, «Cuore a cuore», Vera

Anche se tengo la rubrica su un mensile femminile, mi scrivono anche uomini e gay. Tra le storie che ritornano spesso ci sono le donne che hanno rapporti difficili con uomini più giovani, le cinquantenni in crisi con il marito, con la vita, con l’età, ma anche la gelosia fra sorelle e fratelli.

Le giovanissime si lamentano in particolare dell’egoismo, della prepotenza e del poco impegno dei loro compagni. La lettera che mi ha fatto più piacere è quella di una una ragazza che avevo incontrato un anno fa all’eroporto di Roma: piangeva, mi sembrava sperduta così mi sono avvicinata e le ho chiesto se stava male. Mi ha raccontato che rientrava velocemente da una vacanza esotica perché il padre era gravissimo. Le ho fatto un po’ di compagnia e poi ognuna ha preso il suo volo. Mi ha scritto al giornale per ringraziarmi e dirmi che suo papà era vivo.

Invece non mi è mai capitato di essere a disagio di fronte a una storia, anche perché le lettere sono filtrate dalla redazione che elimina quelle palesemente false. Credo che la gente scriva ai giornali per lo stesso motivo per cui si raccontano i fatti propri al taxista: perché spesso parliamo con meno timore con chi non ci conosce perché ci sentiamo meno giudicati. Però non sono così convinta che il bisogno principale sia quello di essere ascoltati: io penso che chi mi scrive voglia un consiglio o almeno un punto di vista che non sia il loro, trova così il modo di vedere la propria situazione dal di fuori. Anche i personaggi famosi ospiti di Harem parlano di sentimenti e sicuramente ci sono grandi affinità tra ciò che dicono loro e i racconti della gente cosidetta comune: il cuore delle donne è sempre lo stesso. Perciò le trasmissioni dove la gente si racconta hanno successo: gli spettatori si immedesimano, riconoscono situazioni che hanno vissuto o ascoltano una visione diversa del loro problema. Ciò può essere di aiuto, di conforto: lo capiamo dalle molte lettere che riceviamo in trasmissione dopo puntate dedicate a certi argomenti, per esempio l’omossessualità. La gente è contenta che se ne parli, ha voglia di condividere con altre persone, note o no, alcuni segreti della propria vita. E così si rasserena, ha meno paura.


 



Federica Panicucci, «Scherzi d’amore», Raidue

A chi critica la tv dei sentimenti rispondo con i dati di scolto del mio programma, che ha toccato 2 milioni e 200 mila spettatori, in una fascia oraria difficilissima, quella delle soap opera. Il pubblico gradisce perché si immedesima, perché vive le stesse storie degli ospiti di Scerzi d’amore.

In fondo lo stesso succede quando andiamo a leggere la posta del cuore sul giornale: sono lettere scritte da altri che però toccano temi che riguardano tutti noi. Perché tanta gente ha voglia di parlare dei fatti propri in pubblico? Perché è difficile trovare chi è disposto ad ascoltarti, possibilmente senza giudicarti. Nel mio programma una coppia ha la possibilità di mettersi allo scoperto davanti a un intero pubblico. Che, magari, parteggia per l’uno o per l’altro. C’è chi così ha anche modo di rafforzare la propria convinzione: "vedi che anche la gente pensa che sei troppo geloso?".

Anche la maggior parte delle e-mail che ricevo sul mio sito internet (www.federicapanicucci.it) parlano di sentimenti: tantissimi chiedono consigli e molti vogliono una risposta privata. Ma molti altri mi scrivono soltanto per sfogarsi, tanto che i messaggi spesso si chiudono con la frase "scusa se ti ho annoiato, ma avevo bisogno di parlare con qualcuno e mi fido di te". A volte ricevo lettere molto forti, intense, che parlano di aborti, di ragazze in attesa di un bimbo da un uomo sposato con figli, storie di grande solitudine.

Talvolta mi è successo di non sentirmi all’altezza di dare una risposta. Però, in un recente sondaggio di Meta Comunicazioni sono risultato il personaggio televisivo preferito dalla gente come persona a cui confidare segreti: in effetti, credo di essere portata all’ascolto. Se così non fosse, non potrei condurre un reality show, dove non ci sono domande scritte: il programma è fatto da quello che dicono le persone. Il target di chi mi scrive è amplissimo: dai 14 ai 35 e oltre. Tantissimi sono uomini, forse perché tra loro hanno difficoltà a parlare di questioni amorose, temono di essere ridicolizzati, preso in giro.

I temi più ricorrenti sono la gelosia, il tradimento e la sfera intima: si lamentano perché non sono appagati sessualmente, anche nelle coppie c’è poco dialogo su questo argomento. Un altra lamentela frequente è «siamo insieme da un anno e lui all’inizio era carino e romantico, adesso non mi fa più neanche un complimento!»: tanti ragazzi non accettano l’evolversi di un rapporto, hanno un gran bisogno di continuare a sognare. Tanti altri, invece, rifiutano di vedere il tradimento del partner anche quando è assolutamente lampante.

da «Bella» (Edit), 18 marzo 2002