Gioielli, belli da far perdere la testa

di Mariateresa Truncellito

«Ridatemi le perle della bisnonna!», dalle pagine di un giornale francese, Maria Gabriella di Savoia rivendica dallo Stato italiano i gioielli delle regine di famiglia. Un “tesoro” di quasi 7 mila brillanti, preziosi diademi, collane, braccialetti, broche, orecchini. E tante, tante perle: amatissime dalla regina Margherita, moglie di Umberto I, perché le considerava un portafortuna (il suo nome, in latino, significa perla). Ma anche per il loro valore consolatorio: secondo i maligni, la copiosa collezione di Margherita si deve soprattutto alle... corna. C’è chi ha insinuato, infatti, che il regale consorte per farle digerire i tradimenti le regalasse ogni volta un filo di perle: 16 in 32 anni di matrimonio. Pochi? Troppi? Fate voi. Una cosa è certa: come ha detto Marilyn Monroe, quando tutto passa, amore, bellezza, gioventù, uomini, i diamanti restano i migliori amici di una ragazza. E lei, che se ne intendeva, anche nella vita preferiva i brillanti. Perché, mentre questi la illuminavano, pensava che altri gioielli avrebbero distolto l’attenzione dal suo viso, arrivò così al punto di liberarsi di un paio di splendidi orecchini di smeraldo che le aveva regalato Frank Sinatra.

Doni di nozze e... di divorzio

Anche l’infelice matrimonio tra lo Scià di Persia Reza Pahlavi e Soraya, la “principessa triste” scomparsa lo scorso autunno, si era aperto e chiuso all’insegna delle pietre preziose. I seimila diamanti che tempestavano il suo abito da sposa di Dior, che, con il loro peso, l’avevano fatta svenire più volte durante la cerimonia. E gli straordinari gioielli che lo Scià le aveva lasciato al momento del ripudio: varie parure d’oro e turchesi, collier di enormi zaffiri in tinta col verde dei suoi occhi, gli immancabili diamanti... Doni che l’avrebbero accompagnata per tutta la sua vita di regina del jet set e del lusso. Del resto lo Scià, il “re dei re”, aveva ben chiaro il significato che un gioiello può avere per una donna: nel 1949, per ricompensare una ancora sconosciuta Grace Kelly che lo aveva accompagnato durante una visita ufficiale a New York, le aveva donato dei meravigliosi gioielli di Van Cleef. Nonostante il consiglio della madre di restituirli, Grace li avrebbe indossati fino al fidanzamento con Ranieri di Monaco. Cominciato, manco a dirlo, con un anello coronato da un brillante enorme.

Pietre preziose e sovrani, gioielli e star del cinema: miti imprescindibili, perché ciascuno rende l’altro più scintillante. Liz Taylor continua a essere una diva anche grazie ai suoi vistosissimi (e volgari) preziosi. «Per metterla di buon umore bisogna regalarle diamanti a colazione», aveva detto Eddie Fisher, il suo quarto marito. E Richard Burton, il quinto, aveva seguito il consiglio, ricoprendola letteralmente di pietruzze scintillanti. Come il diamante Krupp, appartenuto alla moglie dell’omonimo magnate dell’acciaio: 305 mila dollari per oltre 33 carati. Un pensierino, se confrontato con quello che sarebbe diventato il Taylor-Burton, uno dei cento diamanti pù famosi del mondo. Nel 1969 Harriet Annenberg Ames, sorella dell’ambasciatore americano a Londra, lo aveva messo all’asta perché indossare quell’enorme gingillo (69,42 carati) le metteva ansia. Era stato acquistato da Cartier per oltre un milione di dollari. Burton riesce a ottenerlo dopo una lunga trattativa, un congruo arrotondamento del prezzo e l’autorizzazione a esporre il diamante nei negozi Cartier di New York e Chicago. Al momento del divorzio, Liz propone, provocatoriamente, di tagliare in due anche la preziosissima pietra. Ma il proposito non si concretizza e, nel 1978, l’attrice metterà il diamante all’asta, usando parte del denaro (5 milioni di dollari, scuciti da un misterioso arabo) per costruire un ospedale in Botswana. Oggi Liz, candida e senza vergogna, può dichiarare: «Dei gioielli non mi è mai importato granché. Quelli che possiedo me li hanno regalati. Io non ne compro».

Veri, ma anche falsi

Un’altra fedele cliente di Cartier ha alimentato la leggenda: Wallis Simpson, la duchessa di Windsor, che si fece creare gioielli imitatissimi dalle signore di tutto il mondo. Come la celebre clip Panthère, con l’animale simbolo della maison svettante su uno zaffiro da 152 carati (valore nel 1987 un miliardo e mezzo), il fenicottero tempestato di rubini, zaffiri, smeraldi, diamanti, il bracciale con 9 croci e altrettante pietre (zaffiri, smeraldi, diamanti, acqua marina, ametista, rubino...). E la broche a cuore in smeraldi, rubini e diamanti dono del duca di Windsor per il ventesimo anniversario di nozze.

Vi state rodendo d’invidia? Bè, farà piacere alle comuni mortali sapere che Wallis non disdegnava le imitazioni. Amava, per esempio, mescolare perle vere e false. Che, in blocco, saranno acquistate a un’asta di Sotheby’s da Calvin Klein per 1 milione e 400 mila dollari. Anche un’altra icona dello chic, Coco Chanel, portava indifferentemente lunghi giri di perle naturali o artificiali, e indossava gioielli preziosissimi con una tale nonchalance da farli apparire falsi. Voi girate con delle caramelle in tasca? Coco, invece, per ingannare la noia mentre era al lavoro, adorava giocherellare con una manciatina di smeraldi.

Tra storia e leggenda

Torniamo alle teste coronate: se Lady Diana Spencer è stata il simbolo dell’eleganza regale negli anni Novanta, nel Duemila l’impegnativa eredità è toccata alla acclamata Rania di Giordania. Ciò che le accomuna, oltre alla bellezza e alla classe innata, è la scelta di gioielli preziosissimi ma discreti. Eppure i sogni si sono sempre sposati all’eccesso: pietre preziose enormi, vistose, addirittura importabili hanno scatenato cupidigia, passioni selvagge e irrazionali, desideri inconfessabili. Raro prodigio della natura, celate nelle viscere della terra, queste pietre colorate e scintillanti hanno causato guerre e rovine. Al punto che, spesso, sono diventate sinonimo di sfortuna e di morte.

Le leggendarie gemme delle Indie arrivano in Europa con l’avventuriero Jean Baptiste Tavernier, che vende al Re Sole oltre un migliaio di diamanti, compresa la grande gemma grezza dai riflessi blu che sarebbe diventata lo Hope, il diamante maledetto. La pietra era stata rubata dalla statua di una divinità locale da un bramino che, per questo, era stato torturato a morte.

Sarebbe stata la prima di una lunga serie di disgrazie: Tavernier, finito in rovina, torna in India e viene dilaniato dai cani. Luigi XIV fa sfoggiare il diamante alla marchesa di Montespan e se ne disinnamora. Poi lui stesso lo porta una sola volta e muore. Il successore, Luigi XV lo presta alla sua amante, la duchessa Du Barry, giustiziata nel 1793. Luigi XVI lo indossa, poi lo dà a Maria Antonietta che, a sua volta, lo presta alla principessa di Lamballe. Tutti e tre vengono ghigliottinati...

Il diamante maledetto riappare in un’asta, nel 1831, e viene acquistato dal banchiere Henry Philip Hope. Nonostante il nome beneaugurante (Hope significa speranza), gli Hope falliscono, con uno scandalo internazionale. La pietra passa quindi di mano in mano, portando scalogna a tutti: al principe russo Kanitovski, che ne fa dono a una ballerina delle Folies-Bergère prima di spararle un colpo di pistola ed essere a sua volta ucciso dalla polizia. A un sultano turco, che ammazza la favorita a cui lo aveva regalato e perde il trono in una congiura. A un agente di borsa greco, che perisce con la moglie in un incidente d’auto. Al milionario americano Edward B. McLean, che muore nel naufragio del Titanic, mentre la sua vedova e sua nipote, dopo averlo portato, si suicidano... L’incredibile sequenza di disgrazie finisce negli anni Cinquanta, quando l’ultimo proprietario, il gioielliere americano Harry Winston, decide di sbarazzarsene donando lo Hope alla Smithsonian Institution di Washington. Dove ancora viene ammirato ogni giorno da centinaia di visitatori. Senza rischi per nessuno.

Corone... da ridere

A proposito di visioni celestiali alla portata di tutti, una delle attrazioni turistiche più spettacolari della Gran Bretagna è senz’altro il tesoro della Corona, custodito nella Torre di Londra. Lo scintillio delle pietre preziose che costellano le corone e gli scettri della regina Elisabetta lascia senza fiato e suscita emozioni da sogno. Ma gli aneddoti che riguardano i gioielli esposti talvolta sono molto... pedestri.

Nel 1821, per l’incoronazione di Giorgio IV, i gioiellieri reali Rundell, Bridge e Rundell creano la corona imperiale, la prima costruita con la montatura delle pietre aperta che consente uno scintillio incomparabile. Tanto da far assomigliare il re “a un magnifico uccello orientale”, secondo la descrizione di un diretto testimone. Giorgio IV però non possedeva i 12.314 diamanti necessari per completare la corona, che vennero perciò noleggiati. Il re poi non sarebbe riuscito a convincere i suoi ministri ad acquistarli definitivamente e la corona sarebbe finita nel dimenticatoio. Oggi è tornata all’antico splendore, grazie ai diamanti gentilmente prestati da De Beers.

La corona più antica della collezione è quella di Stato di Giorgio I, del 1715. Nel 1831, per adattare la corona alla testa di Guglielmo IV e alleggerirla, le venne applicata un’imbottitura: non bastò, perché il re patì per tutta la cerimonia un terribile mal di denti da... pietre preziose.

Queste servirono per realizzare, nel 1838, la corona della regina Vittoria: 2.790 diamanti, 277 perle, 17 zaffiri, 11 smeraldi, 5 rubini. La regina la indossò in varie occasioni, ma alla fine, trovandola anche lei troppo pesante, decise di farla portare di fronte a sé, su un cuscinetto. Nel 1845, davanti al Parlamento, la corona ruzzolò per terra mentre veniva portata dal duca di Argyll, trasformandosi, secondo le parole di Vittoria stessa, in “una torta sgonfiata”.

Ciò nonostante, e benché destinata a una testa femminile, nel 1902 fu usata anche da Edoardo VII che, a causa di un’appendicite, fu costretto a ripiegare su una corona il più possibile leggera. Nel 1909 fu modificata per incastonarvi l’enorme diamante Cullinan II, mentre il Cullinan I (entrambi ricavati da un diamante grezzo trovato vicino a Pretoria nel 1905) è montato sullo scettro. Ricreata nel 1937, è tuttora la corona imperiale della regina Elisabetta.

Nella sua corona di Stato invece è incastonato il diamante Koh-I-Noor, la “montagna di luce”, arrivato in Inghilterra alla metà dell’Ottocento: la leggenda vuole che il suo proprietario possa dominare il mondo ma a prezzo della vita. Solo un dio o una donna sono in grado di possederlo rimanendo incolumi. Questo spiega forse le titubanze di Elisabetta a cedere il passo al figlio Carlo...


Gioiello-mania

Se volete conoscere storia e significato dei gioielli, in libreria c’è Il linguaggio dei gioielli, di Maria Rosaria Omaggio (Zelig ed., 33,57 euro): dai monili preistorici al piercing, con ricche illustrazioni. Amuleti e talismani, di Desmond Morris (Tecniche nuove ed., 25,30 euro) racconta invece le capacità “portafortuna” delle pietre preziose. Se volete sfoggiare i gioielli delle star non perdete Gioielli e Bijoux, un’enciclopedia a fascicoli di De Agostini IdeaDonna. A ogni uscita, quindicinale, è allegata la riproduzione di un bijoux indossato da una diva del cinema: come l’anello di Marilyn Monroe in Gli uomini preferiscono le bionde o il ciondolo di Natalie Wood in West Side Story.


da «Bella» (Edit), 22 gennaio 2002