Tatuaggi per essere qualcuno

di Mariateresa Truncellito

Che cos'hanno in comune l'attore Robert De Niro, la cantante pop Geri Hallywell e l'ecologista Carlo Ripa Di Meana? Una pantera nera. Tutti e tre, per qualche strana ragione, hanno scelto di portarla, per sempre, impressa sul loro corpo. Tatuaggio-mania: quella che, dieci anni fa, sembrava l'ennesima moda riservata ai teen ager in cerca di un marchio, destinata a finire con l'estate, è un fenomeno sociale che non accenna a tramontare. Anzi: sarebbero almeno un milione e mezzo gli italiani tatutati, per lo più fra i 18 e i 30 anni.

Nessuna meraviglia. Dopo essere stato il segno distintivo (e un po' cafone) di galeotti, acrobati da circo, fricchettoni e avventurieri, accettabile al massimo per marinai e camionisti, oggi il tatuaggio è uno status symbol sfoggiato con orgoglio da inarrivabili star del cinema (Julia Roberts, per esempio, ideogrammi cinesi, un cuore, una farfallina), top model (Claudia Schiffer, un pesciolino sulla caviglia), principi (Filippo di Edimburgo e il figlio Carlo, la croce di Gerusalemme), sportivi (il calciatore David Beckam, il nome del figlio, Brooklin, sulla schiena e la silhouette della moglie Victoria Adams su un gluteo). Neppure un campione di eleganza come Gianni Agnelli ha saputo dire di no al fascino di un dragone fiammeggiante sul braccio. E se persino una bambola per bene come la Barbie ha una farfallina rosa tatuata sotto l'ombelico, perché dovrebbero rinunciarci casalinghe, impiegate o bancari?

Pupazzetti e draghi

Dal coatto al vip. Nel passaggio, il tatuaggio è diventato "body art" pratica di massa di cui fa parte anche il piercing. I soggetti più gettonati? Gli stessi, tra star e comuni mortali: angeli new age (Asia Argento, Carré Otis, Drew Barrymore), sole e stelle (Jovanotti, Corinne Cléry), simboli tribali celtici e polinesiani (Mel C, Benedetta Mazzini, Michelle Hunziker), fiori (Britney Spears, Charlize Theron), Che Guevara (Diego Maradona), farfalle (Serena Grandi, Paola Barale), draghi, lucertole e serpenti (David Bowie, Gabriele Salvatores), delfini (Stéphanie di Monaco), cuoricini (Jennifer Aniston), simboli marinari (Winston Churchill, àncora), pupazzetti (Whoopy Goldberg, Woodstock dei Peanuts), la mamma (David Arquette, Sean Connery), la patria (di nuovo Sean Connery, con "Scotland Forever").

Vanno ancora forte i nomi dell'adell'amato/a, anche se l'amore può non essere eterno: le moderne tecniche (dermoabrasione, laser) permettono di cancellare l'ex dalla pelle, oltre che dal cuore, come hanno fatto Sean Penn dopo la rottura con Madonna, e Johnny Depp per «Winona (Ryder) Forever». I risultati? Così così, dicono gli esperti, per i quali la migliore soluzione consiste nel far ricoprire il tatuaggio vecchio con uno nuovo. Esempio più illustre, l'ex bagnina Pamela Anderson, che ha trasformato il nome dell'ex marito violento «Tommy»Lee stampigliato sul dito, in un più rassicurante e sempiterno «Mommy».

C'è chi, per distinguersi a tutti i costi, opta per il tatuaggio in serie: l'attrice Angelina Jolie, ne ha sette, compreso il nome del marito «Billy Bob». Ma è orgogliosa soprattutto di una vistosa cicatrice maori, realizzata con la cruenta tecnica della "scarificazione". O Elenoire Casalegno, la cui passione smodata per la body art pare sia stata causa della fine dell'amore di Vittorio Sgarbi, più appassionato all'arte in senso classico. O come Amedeo D'Aosta che, nobile ed ex ufficiale di marina assomma su di sè due categorie da sempre affezionate al tatuaggio e può vantare ben 11 decorazioni corporee. «Negli anni Sessanta sono stato addirittura cacciato da un ristorante pugliese, perché tatuato», ha raccontato. «Eppure, non cercherei mai di cancellare il mio granchio sulla gamba o il nodo dei Savoia e i due lunghi serpenti che mi coprono le braccia. Sono ormai parte di me anche Braccio di Ferro, la rondine, il pappagallo colorato, il dragone e la giapponesina, uguale a quella che aveva mio padre». Per i Savoia, i tatuaggi sono una passione di famiglia: "Mia nonna Elena di Francia, moglie di Emanuele Filiberto, aveva il polpaccio tatuato già nel lontano 1906, e anche i suoi figli erano tatuati. Mia moglie ha un delfino sul polso, mio figlio un drago cinese sul braccio e mia figlia Mafalda il nodo Savoia sull'avambraccio destro".

Esperienze indelebili

Le ragioni di un tale successo? L'influenza di divi del cinema e rockstar ha un suo peso, certo. Ma c'è qualcosa di più. Farsi un tatuaggio comporta un po' di sofferenza fisica: perciò, seppure marginalmente, conserva le caratteristiche di un rituale, di una prova di coraggio. C'è chi si tatua un portafortuna, chi vuole festeggiare così un avvenimento o segnalare un cambiamento: molti ragazzi, per il diciottesimo compleanno, chiedono a mamma e papà il permesso (e i soldi) per un tatuaggio.

C'è chi vuole giurare eterna fedeltà al proprio compagno e chi, viceversa, lo fa per riprendersi dopo un dolore, come la fine di un amore. In fondo, ogni esperienza di vita è indelebile come un tatuaggio. Perciò c'è chi si presenta dal tatuatore con le idee ben chiare, dopo essersi documentato sui significati simbolici. Moltissimi, però, non hanno tali preoccupazioni: il modaiolo vuole solo un disegno "ganzo", per apparire più sexy o più aggressivo. Ma anche in questo caso il tatuaggio è un mezzo per comunicare qualcosa di sè.

Gustavo Pietropolli Charmet, docente di psicologia dinamica a Milano, e Alessandra Marcazzan, operatrice sociale, hanno analizzato il successo della "body art" tra i ragazzi, nel libro Piercing e tatuaggio (Franco Angeli). Alla domanda «Perché lo fai?» gli interpellati, per lo più liceali milanesi, hanno risposto: «Perché mi piace ed è trendy». Ma gli autori sottolineano che «il vissuto dell'adolescente è di compiere un gesto solitario, controcorrente, alternativo, coraggioso, molto individuale, determinato da un travaglio personale e da un percorso che sfocia nel piercing o nel tatuaggio dopo averne valutato tutti gli aspetti». I ragazzi sono orgogliosi di avere dei tatuaggi, si sentono diversi, originali, «sono consapevoli di essersi inseriti in una moda: però pensano di averla domata collocandola al servizio di un intimo progetto espressivo».

Un linguaggio giovanile

È dello stesso parere Cristina Koch, psicoterapeuta a Milano: «L'esigenza di tatuarsi nasce da un positivo recupero del rapporto col corpo. Ci si riappropria di sé per fare del proprio corpo una identità, una bandiera. Paradossalmente, si fa ciò per entrare in un gruppo: il branco, i coetanei, ma anche il mondo adulto. Una sorta di rito di iniziazione moderno, che passa anche attraverso il bisogno di provare quel dolore che la nostra società rifiuta e nega. A volte è una dimostrazione d'amore estrema. Ma, più in generale, da tutte le esperienze di iniziazione, dal primo giorno di scuola, al militare, al primo rapporto sessuale, in fondo si esce con qualche segno, qualche cicatrice indelebile, magari solo psicologica».

Il corpo è anche uno strumento di comunicazione più congeniale per i ragazzi. «La proprietà di linguaggio appartiene agli adulti, che considerano il modo di esprimersi dei giovani "povero", gergale, semplificato», continua la psicoterapeuta. «Il tatuaggio così diventa uno strumento per mandare messaggi permanenti. Più serio rispetto alla scelta di un certo tipo di abbigliamento, pettinatura o accessori». Tanto che, il giovane rapper che vince un concorso in banca accetta più o meno di buon grado di adottare giacca e cravatta. «Ma sotto la camicia, conserva il tatuaggio che gli appartiene strettamente». È significativa anche la scelta di farsi tatuare una parte del corpo "nascosta", come l'inguine, la radice dei capelli, il fondo della schiena. «Il messaggio è chiaro: il mio tatuaggio non è visibile se non a chi e quando lo dico io. Ci sono ricordi, esperienze, sentimenti che non si raccontano a chiunque: allo stesso modo, il tatuaggio nascosto cela una parte di sé».

Ribellione o tradizione?

Se la tecnica del tatuaggio è rimasta immutata da millenni, le motivazioni sono invece cambiate. I ragazzi oggi si tatuano per anticonformismo, rifiuto dell'omologazione, ribellione. Ma il tatuaggio è nato come rispetto della tradizione e segno di appartenenza a un gruppo. Omologazione, quindi. I polinesiani, per esempio, raccontavano con tatuaggi simbolici la loro storia personale (ingresso nell'età adulta, matrimonio, status sociale, tribù...) e si marchiavano il corpo per essere degni di rispetto e più vicini alla divinità. E quando il tatuaggio è stato avvolto da un'aura sulfurea, segnale di immoralità e antisocialità, per certe comunità maschili rappresentava il simbolo di appartenenza, di legame: basti pensare all'esercito o alla marina, dove era disapprovato ufficialmente ma, di fatto, non impedito.

È curioso anche il fatto che una volta chi si tatuava dimostrava grande sicurezza in se stesso e disinteresse per il giudizio altrui. I ragazzi di oggi invece spesso scelgono il tatuaggio per esorcizzare la paura, l'insicurezza e la solitudine. Non a caso, in una società dove la famiglia e le comunità tradizionali sono in crisi, i segni tribali sono tra i preferiti. Ha detto Yosihito Nakano, in arte Horyioshi III, massimo esponente dell'irezumi, il tatuaggio tradizionale giapponese: «Il tatuaggio è molte cose. È corpo, ma è anche spirito. Penso che tatuarsi sia legato a una crisi generale di identità: attraverso questa pratica l'uomo riafferma la sua esistenza fisica e mentale. Una moda passeggera? Forse. Ma dietro le mode spesso si celano interrogativi inquietanti, esigenze inspiegabili».

Poiché la materia prima è la pelle di chi si fa dipingere il corpo, non esistono al mondo due tatuaggi uguali, così come non esistono due visi identici. «Il tatuaggio, tramite la sua natura permanente, va oltre la moda, si configura come la ricerca di un'indentità personale al di fuori dei ruoli sociali», afferma Fakir Musafar nel libro Tatuaggi Corpo Spirito (ed. Urrà Apogeo). «Si ritrova così la propria singolarità senza assoggettarsi al bisogno di possedere merce particolare. Il bisogno di possedere beni di consumo ha sostituito bisogni più magici e spirituali».

I carcerati si facevano tuatuare per recuperare, in qualche modo, la loro individualità là dove venivano privati, oltre che della libertà, anche della loro identità. E oggi, «siamo tutti un po' carcerati della vita e dei ruoli», continua Musafar. «Nel revival del primitivo c'è il desiderio di una società più ideale. Pur sentendosi quasi tutti impotenti a "cambiare il mondo", gli individui possono cambiare ciò su cui hanno un potere: il proprio corpo».

Una storia millenaria

È tatuato l'uomo di Similaun, la mummia di un viandante che risale al 5000 a.C.: mostra dieci linee parallele sulla schiena e una croce, nella parte interna del ginocchio. In Egitto sono state trovate bambole di argilla tatuate che risalgono al 4000 a.C. Da qui, il tatuaggio simbolico si sarebbe diffuso a Creta, in Grecia, in Persia, in Arabia, in Asia, nella Cina Meridionale e in Giappone. I Celti, 3000 anni fa si tatuavano sul corpo i simboli delle divinità.

A Roma, i legionari portavano sul braccio il nome del loro generale e la data d'ingaggio. Il tatuaggio già cominciava a essere il contrassegno degli schiavi e dei malfattori, mentre i primi cristiani, costretti alla clandestinità, lo utilizzavano come simbolo di fede e di riconoscimento. Finché, nel 787, papa Adriano emana una bolla che lo mette dal bando, seguendo il dettato di un passo del Vecchio testamento (Levitico 19), e il tatuaggio viene riservato alle adultere e ai criminali. I nobili del nord Europa, però continuano a farselo fare, come pure i pellegrini che si recano nei luoghi sacri della cristianità. Il grande rilancio avviene con il boom delle esplorazioni geografiche, tra il XV e il XVII secolo. Il capitano James Cook, intorno al 1775, riporta in patria la tecnica tahitiana di pungere la pelle e riempire le incisioni con pigmenti colorati e la stessa parola tatuaggio, da "tatau", cioè scrivere sul corpo.

Dall'Oriente con furore

Un altro paese che sviluppa un arte del tatuaggio raffinatissima è il Giappone: l'irezumi tocca livelli eccezionali fra il XVII e il XVIII secolo, quando la borghesia mercantile, che non può permettersi i costosissimi kimoni di seta e broccati riservati all'aristocrazia, si rifà tatuandosi il corpo in gran segreto, con draghi, fiori, animali e figure umane. Più tardi, i tatuaggi diventano popolari soprattutto fra le classi più povere, utilizzati anche per simulare l'abbigliamento da chi, per causa della propria attività, indossava pochissime vesti. A un certo punto, l'irezumi diviene un diktat estetico, perché il corpo non decorato viene considerato sgradevole.

Nello stesso periodo, la moda del tatuaggio dilaga rapidamente anche in Europa. Marinai e soldati si portano addosso ricordi di viaggio, la devozione alla moglie, ai figli, alla patria lontana, o dimostrazioni di forza e di coraggio. Nella seconda metà dell'Ottocento appaiono in Europa i primi tatuatori professionisti, nelle vicinanze di porti e caserme. Nel 1891 Samuel O. Reilly brevetta la prima macchina elettrica per tatuare: il 95 per cento dei militari e il 90 per cento degli arruolati in Marina negli Stati Uniti si fanno tatuare. Durante le due Guerre mondiali il tatuaggio riacquista un'aura sulfurea, forse anche in parte perché si afferma la moda dei disegni erotici o addirittura osceni: ritorna a essere esclusiva di prigionieri e disertori.

Il primato dell'orrore appartiene ai Nazisti, utilizzano il tatuaggio per numerare gli ebrei nei campi di concentramento. Dagli Anni Cinquanta, a parte tra la solita nobiltà (sovrani compresi), l'interesse per i tatuaggi cala rapidamente, salvo un nuovo momento di gloria durante la guerra del Vietnam, quando vanno di moda i disegni di protesta: simboli di pace, foglie di marjuana, funghi psichedelici. Negli Anni Settanta e Ottanta i tatuaggi si diffondono tra i gruppi giovanili underground: punk, motociclisti, musicisti rock. A partire dagli Anni Novanta, si trasforma in un fenomeno di massa.

Sì, ma solo per un po'

Il fascino della body art ha conquistato anche i più timorosi. Che, senza spingersi a decorazioni permanenti, non rinunciano però al loro bravo tatuaggino "usa e getta". I più nuovi sono i Crystal Tattoo lanciati da Swarovski: piccole gocce di cristallo adesive che disegnano fiori, stelle, farfalle, cuori, fiocchi di neve. L'ultimissima follia? A Manhattan pare che vi siano liste d'attesa lunghe una settimana nei saloni di bellezza che applicano i cristalli sul pube completamente depilato.

Resistono anche le decalcomanie, come le catenelle dorate di Esteè Lauder ispirate ai disegni tribali per decorare collo, bracci o caviglie. Ma i tatuaggi a tempo più gettonati sono quelli all'henné, che si possono fare su qualunque spiaggia. Innocui, poco costosi (circa 15 mila lire), si ispirano al "mehendi", la decorazione del corpo che le donne berbere sfoggiano soprattutto in occasioni particolari, come il matrimonio. Si tratta di arabeschi eleganti e raffinatissimi come la trama sottile di un pizzo, che durano al massimo una ventina di giorni. Testimonial eccellenti Naomi Campbell, che ha spesso sfilato con i piedi dipinti, e Madonna, che alla fine degli anni Novanta lanciò il disco Frozen presentandosi sul palco tutta arabescata. Proprio all'inizio di questa estate, però, l'istituto dermopatico dell'Immacolata di Roma ha smorzato gli entusiasmi: coi tatuaggi temporanei si rischia una dermatite allergica, dovuta a una sostanza chimica, la parafenilendiamina (Ppd), che spesso viene diluita nel colorante vegetale, perché permette al tatuaggio di fissarsi più rapidamente e ne rende i colori più brillanti. Il consiglio? Preferire chi lavora su appuntamento (l'henné puro richiede un lavoro preparatorio abbastanza lungo), usa una polvere marrocino-arancione e rinunciare ai colori troppo intensi.

L'ultimo uso alternativo del tatuaggio se lo sono inventato sulla riviera romagnola: stampigliano sul braccino dei bambini il nome dello stabilimento balneare e il numero di telefono al quale rivolgersi in caso di smarrimento.


da «Bella» (Edit), 28 agosto 2001