Intervista a Riccardo Cocciante

di Mariateresa Truncellito

«Quasimodo c’est moi». Quasimodo è il “gobbo di Notre-Dame”, il deforme, tragico protagonista dell’immortale capolavoro di Victor Hugo. Chi si identifica con lui è un Grande Ufficiale della Repubblica Italiana (dal 1999, per volere del presidente Scalfaro). Ma anche un gigante della canzone italiana, autore delle musiche di uno spettacolo pluripremiato (anche con il prestigioso World Music Award) visto da 3 milioni di spettatori in Europa e Canada, e di un disco che in Francia ha venduto 8 milioni di copie (rimanendo al vertice della classifica per oltre 4 mesi). Stiamo parlando di Riccardo Cocciante, compositore e interprete di brani diventati dei “classici” (da Margherita a Io canto, da Celeste nostalgia a Un nuovo amico), che è venuto in Italia per accompagnare la sua ultima, amatissima creatura: Notre-Dame de Paris, appunto, musical o meglio “opera-rock” ispirata al libro di Hugo e presentata con grandissimo successo (testi in francese, con sottotitoli) al Palaforum di Milano, dal 21 al 24 marzo 2001. Un antipasto, in attesa del piatto forte: la versione italiana dello spettacolo, realizzata da Pasquale Panella (autore di testi anche per Lucio Battisti) e anticipata dal disco, che sarà pronta per l’anno prossimo.

Non è un caso, dunque, se l’interprete di Quasimodo è il cantante che ha la voce più simile a quella di Riccardo Cocciante: profonda, roca e potente, quasi che l’autore abbia scritto la parte per sè. «Quasimodo rappresenta il diverso, l’infelice», dice Cocciante. «Che però riesce ad elevarsi al di sopra degli altri grazie a ciò che ha dentro: l’intelligenza, l’amore. Il cuore. Ogni uomo può riconscersi in qualche modo in Quasiamodo: tutti abbiamo dei complessi che non diciamo a nessuno, tutti cerchiamo una rivalsa che viene dal profondo di noi stessi. Io mi sono immedesimato: anch’io ho un fisico che nella vita non mi ha mai aiutato. E sono piccolo. Noi ci salviamo con l’anima». Lo dice convinto, col sostegno di trent’anni di carriera in Europa e America Latina, e una miriade di premi e riconscimenti (tra gli altri, la Medaglia della città di Parigi, conferitagli dal sindaco nel 1998 per «aver portato lustro alla capitale»).

A dispetto della fama di timido che da sempre lo accompagna, Riccardo Cocciante, nato a Saigon, Vietnam, nel 1946 (padre abruzzese e madre francese), risponde volentieri alle nostre domande, a tratti divertendosi.

Come le è venuta l’idea di affrontare un lavoro così complesso?
«Realizzare un musical era il mio sogno, da sempre. Tanto che avevo nel cassetto già una dozzina di pezzi pronti. Li ho proposti a Luc Plamondon, l’autore dei testi. Il primo brano che abbiamo composto insieme è stata Belle (eletta dai francesi la migliore canzone degli ultimi 15 anni, ndr). Nel giro di un anno, abbiamo messo in piedi l’intero spettacolo. Ho vissuto una vera esplosione di creatività e immaginazione: forse in me c’era un rubinetto che aspettava solo di essere aperto. Ho già pronti altri due musical, ma per ora non posso dire di più».

Perché proprio il libro di Victor Hugo?
«È un’opera immortale, senza tempo, meravigliosa. Racconta passioni umane, ma anche un contesto sociale all’insegna delle differenze. Tremendamente attuale, anche se ambientata nel tardo Medioevo: siamo nel 2001, ma sui giornali si parla ancora di sans-papier, di esclusi, di emarginati. Ed è ancora attuale la figura del prete, Frollo, che cade nella trappola della passione e dell’amore. Perciò nello spettacolo abbiamo confuso le epoche: nei costumi, nei testi, nel canto, nelle melodie... Ci sono acrobati e break-dancers, per dare l’idea del miscuglio tra passato e presente, e un uso moderno e tecnologico delle luci. Mi è piaciuto anche perché è un libro europeo: volevo realizzare uno spettacolo che non avesse nulla a che fare col musical americano. Ormai ci si sente quasi obbligati a seguirne le orme, ma l’opera l’abbiamo inventata noi, mica loro!»

In che cosa Notre-Dame de Paris si differenzia dai musical americani?
«Era un po’ rischioso abbandonare una strada così consolidata: e, in effetti, non è stato facile trovare un produttore che ci desse fiducia. Molti mi hanno detto no. Per convincere Charles Talar ho dovuto mettermi al pianoforte e fargli sentire le canzoni. Ho voluto recuperare la melodia italiana, e credo che si senta: un francese forse non avrebbe scritto le stesse cose. Ma penso proprio che il successo dello spettacolo, che ha conquistato anche bambini e adolescenti, sia dovuto in gran parte al fatto che parla un linguaggio diverso, diretto: è un ibrido tra commedia musicale, opera lirica e concerto pop. Il pubblico è immerso in una specie di sogno, vive il dramma, la storia e la porta con sè quando esce dal teatro. Ma Notre -Dame è anche ricco di canzoni “vere”, compiute, che possono essere ascoltate sullo stereo o trasmesse alla radio».

A chi pensa quando scrive le sue canzoni? A sua moglie o a suo figlio, magari...
«No. A dire la verità quando scrivo non penso mai al pubblico. Penso alle emozioni che io provo. E che forse, proverà anche chi mi ascolta».

Come mai lei non canta nello spettacolo?
«L’ho deciso sin dall’inizio. Non abbiamo voluto nessun nome famoso, che in qualche modo potesse offuscare il musical: la forza di attrazione di Notre-Dame de Paris è lo spettacolo stesso, nella sua complessità. Un cantante molto noto può imprimere all'opera un marchio indelebile, difficile da cancellare. Crea aspettattive che tolgono freschezza e novità».

Userete lo stesso criterio per la versione italiana?
«Sì. Sono la musica e le canzoni a fare i personaggi e non viceversa: in Francia, gli artisti che hanno realizzato la versione originale oggi sono tutti lanciatissimi in una carriera da solisti. Sarà un’opportunità anche per i cantanti, ballerini e acrobati italiani (la produzione prevede oltre 400 artisti, oltre ai tecnici del suono, delle scenografie e delle luci, ndr). Per accentuare le differenze col musical americano, voglio artisti moderni, che cantino con voci naturali, non impostate, che usino il microfono come uno strumento. È una ricerca senz’altro più lunga e faticosa, ma ci piace molto l’idea di poter lanciare dei personaggi nuovi al di fuori del solito Sanremo...» (ride)

A proposito: lei ha vinto il Festival nel 1991, con Se stiamo insieme. Ha seguito l’edizione di quest’anno?
«Non l’ho visto, a parte lo spezzone di una serata. Per cui non posso criticare niente. Mi sembra però che la tendenza sia "inquiniamo Sanremo": per contrastare l’omologazione canora e musicale imposta proprio dal Festival, si va a Sanremo e si presenta qualcosa di strano rispetto al contesto».

Dopo una carriera solistica straordinaria, ora si sta occupando delle nuove versioni di Notre-Dame, ha in cantiere nuovi musical e scrive colonne sonore per film (Toy Story, Asterix e Obelix,...). È vero che ha composto anche l’inno della città di Lione?
«Sì. È stato molto divertente (ride). Sto sperimentando cose completamente diverse rispetto alla canzone d’autore... Alla mia età (55 anni, ndr) avevo voglia di uscire dalla routine di un disco dopo l’altro. Oggi mi sento molto sereno rispetto alla mia creatività. Non ho più aspettative, e con la stessa serenità potrei realizzare un nuovo disco».

Lei vive da tempo all’estero: non le manca un po’ l’Italia?
«Vivo tra Francia, Irlanda, Inghilterra, non sto mai fermo. Però, anche se non mi vedete in televisione, in Italia vengo spesso per stare con mio figlio, che ha quasi 11 anni e frequenta una scuola francese a Roma dove si trova molto bene. Ci dispiaceva sradicarlo. L’anno prossimo, però, si cambia: seguirà me e mia moglie».

La sua famiglia quanto la sostiene nel lavoro?
«Mia moglie è parte del mio lavoro: da sempre cura la parte tecnica e organizzativa. Ma è anche la mia consigliera più severa, la prima che giudica ciò che faccio».

E suo figlio? Segue le sue creazioni?
«Sì, ma non me lo dice mai. Però capisco che ha sempre l’orecchio teso. È molto delicato nell’espressione...»

Forse assomiglia al suo papà...
(ride) «Io penso che sia molto simile a sua madre di carattere: è un ragazzo molto "luminoso". Non è timido, ma è riservato, riflessivo. Anche lui studia musica, la chitarra, ma solo perché ne ha voglia».

L’ultimo tour in Italia risale al 1998: quando la rivedremo nelle vesti di cantautore?
«Ho appena cominciato a lavorare al progetto di un nuovo disco. Mi sento un po’ colpevole verso il pubblico, ma sto dietro a mille cose e non riesco a concentrarmi come dovrei. È un ritorno al passato e non mi viene tanto naturale...».

Che cosa è rimasto del ragazzo timido di Bella senz’anima, che urlava la sua rabbia nascondendosi dietro a un pianoforte?
«Con l’età ho capito che la rabbia può essere molto appariscente, ma anche molto interiore. Forse la mia rabbia di creare è ancora violenta, mentre quella fisica ho imparato a controllarla. Ho cercato anche di combattere la mia timidezza, di essere più comunicativo: nel mio lavoro è importante. Capisco che non sia facile avere a che fare con una persona sempre chiusa in se stessa. Però ancora oggi, quando sto per entrare da qualche parte mi sento sempre a disagio. Penso che questo non lo supererò mai».


da «Bella», marzo 2001