Milena Gabanelli: una dura col cuore di mamma

di Mariateresa Truncellito

Che coraggio! Lo pensiamo tutti, quando Milena Gabanelli, 47 anni, al giovedì sera si affaccia dalla tivù per metterci in guardia dalle malefatte di enti pubblici e aziende private, multinazionali e professionisti di piccolo cabotaggio. Ma di che cosa potrebbe aver paura una che, telecamera in spalla, si è occupata di dittature e traffici d'organi, di signori della guerra e popolazioni disperate, vagabondando dalla Cina al Vietnam, dalla Cambogia al Nagorno Karabakh, dall'ex Jugoslavia al Sudafrica e alla Cecenia? Perciò, alla testa della sua agguerrita pattuglia di videogiornalisti di Report, senza mandarle a dire, su Raitre fa i nomi e pure i cognomi, parlandoci di inquinamento, privilegi, malasanità, sperchi di denaro pubblico e consumismo tecnologico.

A qualcuno, certo, sarà antipatica. Ma sono molti di più quelli che la amano, e Milena, anzi "la Milena", come l'ha definita Ettore Mo, il grande inviato di guerra del Corriere della Sera che ha avuto per lei parole di straordinazio elogio, è diventata suo malgrado un personaggio. Diretta ma schiva, tostissima ma, a modo suo, soave, l'acclamata "signora della controinformazione" nasconde un tenerissimo cuore di mamma. In pena perché la figlia, diciassettenne, è andata a studiare negli Stati Uniti.

Un'indagine ha dimostrato che il pubblico italiano vuole più informazione dalla tivù. Quindi, chi ha messo Report in prima serata, contro il Grande Fratello, ha vinto la sua scommessa...
«Dici? Non so: il Grande Fratello fa il 30 per cento di ascolti, noi l'8: la Rete è soddisfatta, perché è più di quanto si aspettava. Però quando Report andava in onda alle 23, avevamo un milione e mezzo di telespettatori. Adesso sono due milioni e duecento mila. Mica tanti di più».

Modesta. Di fatto, Report ha ricevuto molti premi e riconoscimenti prestigiosi: ce n’è uno di cui vai particolarmente fiera?
«Sì: con l'inchiesta sul fumo di Sabrina Giannini (il merito è tutto suo) abbiamo vinto la sezione Informazione del prestigioso Banff Festival 2001, dove concorrono i reportage e le inchieste delle televisioni più importanti del mondo. La Rai non portava a casa un premio da 21 anni».

Anche molti colleghi e critici televisivi ti stanno ricoprendo di complimenti: ti fanno piacere o ti mettono a disagio, schiva come sei?
«Mi fanno enormemente piacere. Però ci sono frasi che, benché mi lusinghino, preferirei non sentire. Come: "La Gabanelli è l'unica che..." Perché ci sono tanti altri colleghi sconosciuti che lavorano tanto quanto me e non hanno certo piacere di sentire osannare una collega solo più famosa. In fondo, anch'io ho sempre lavorato come adesso, senza alcun riconoscimento. Perciò mi metto nei loro panni».

Quale è stata l’inchiesta più difficile della tua carriera?
«La verità è che non ce n'è stata una facile. La strada è sempre in salita, ci sono di continuo ostacoli da superare. Ricordo, un paio d'anni fa, l'inchiesta di Paolo Barnard sulle aziende produttrici di mangimi per animali. L'ufficio legale ci disse che potevamo andare incontro a richieste miliardarie di risarcimento danni. Ebbene, di fronte a un programma di seconda serata, con ascolti buoni ma non eccezionali, fatto da gente esterna alla Rai, la risposta della Rete fu: "D'accordo. Ma in ballo c'è la salute di tutti. E se questo rischio non lo corre la tivù pubblica, non può correrlo nessuno". Perciò andammo in onda. Si dicono tante brutte cose contro la Rai: ma penso che anche una decisione coraggiosa come questa meriti un titolo su un giornale».

Anche la puntata dedicata alla Siae, la società autori ed editori, vi ha procurato non pochi grattacapi... Quante querele ha collezionato Report?
«Per ora nessuna. Solo minacce. Le querele partite in passato sono sempre state archiviate alla presentazione delle prove che avevamo raccolto. Certo: varie organizzazioni, enti e società tirati in ballo ci hanno spedito letteracce, con lamentele pesanti. C'è chi si è spinto a chiederci una puntata "riparatrice": ma io sono disposta a tornare su uno stesso argomento solo se c'è stato un errore. Non certo per risanare l'immagine di un'azienda o ente pubblico che ha fatto una figuraccia nel corso di una nostra inchiesta».

E come sono i rapporti con i colleghi della Rai che avete citato nella puntata stessa? Se ti incontrano in corridoio ti salutano ancora?
«Chissà, forse qualcuno mi sta facendo delle macumbe... Scherzo: io non ho niente di personale, con nessuno di loro. Marcello Guardì, per esempio, non lo conosco neppure, se non di vista: non ci salutavamo prima, e non ci salutiamo adesso».

Ti senti mai come Don Chisciotte coi mulini a vento?
«Sono tante le domande che finiscono in nulla: vuoi che una puntata di Report cambi il mondo? Però è importante che la gente sappia come funzionano certi meccanismi. Più è informata, più ha voglia di informarsi. Prendiamo il caso dell'amalgama per le otturazioni dentali: non so se è stato tutto merito nostro, però prima di noi nessuno aveva indagato sui rischi di allergia che poteva provocare. Ebbene: dopo la nostra inchiesta, l'Istituto superiore di sanità ha ordinato indagini approfondite sull'argomento e oggi nessun dentista la usa più».

Forse, se in tivù ci fossero più trasmissioni come Report e sui giornali più articoli di denuncia e inchieste "vecchio stile", i giornalisti potrebbero contribuire maggiormente a evitare tragedie come quella di Linate...
«Forse. Di fronte a questa sciagura, anch'io mi sono detta tante volte: ma perché, invece di altre questioni, non abbiamo pensato di indagare sulla sicurezza di questo aeroporto? Purtroppo, sono costretta ad ammettere la mia ignoranza: non sapevo che il radar fosse fuori uso da anni».

La gente vi suggerisce temi da approfondire?
«Altroché: magari potessimo affrontare tutti gli argomenti proposti! Al nostro sito Internet (www.report.rai.it) riceviamo 500 e mail al giorno. Rispondiamo a tutti».

Che cosa consiglieresti a un ragazzo che sogna di fare il giornalista sul campo?
«Io sono l'esempio che se vuoi fortemente una cosa, la puoi ottenere. Ho cominciato a bazzicare l'ambiente giornalistico 20 anni fa, dopo la laurea al Dams di Bologna, collaborando con le reti Rai regionali. Facevo servizi pazzeschi, tipo "I paesi in estinzione", oppure "Il fiume Po": uno o due pezzi all'anno, con contratti della durata di un mese. Nel resto dell'anno, mi arrangiavo: organizzavo festival, convegni, rassegne cinematografiche. Ho scritto la biografia di Brigitte Bardot. Non sono mai stata assunta da una testata: ho fatto la corrispondente da varie zone di guerra ma, a parte la ex Jugoslavia, dove mi trovavo per conto di Mixer, ci sono andata sempre di mia spontanea volontà. Facevo dei servizi e cercavo di venderli a vari programmi televisivi, e l'unico modo per riuscirci era quello di andare in luoghi dove non andavano gli altri».

Ti definisci "freelance da sempre": è stata una tua scelta? E perché non hai dato l’esame di Stato per diventare giornalista professionista?
«Ma io l’ho dato l'esame, due anni fa. Solo che sono stata bocciata all’orale. Giustamente: mi hanno fatto dieci domande e io ho saputo rispondere soltanto a una. Ti confesso che non è stata una bella esperienza, tanto più che con me c'erano alcuni dei miei allievi degli stage di formazione al giornalismo che sono stati tutti promossi. Purtroppo, non ho tempo da trascorrere sui libri, quindi non credo che ci riproverò. Pazienza, resterò pubblicista a vita. Invece, sono freelance da sempre semplicemente perché in 20 anni non c'è stato nessuno che m'abbia detto "ok, ti assumiamo". Mai».

Inviata di guerra in Cambogia, Somalia, Birmania, Cecenia, ex Jugoslavia.... Ma anche moglie e mamma: come si concilia la famiglia col giornalismo d’assalto?
«Grazie alla comprensione di mio marito, insegnante di musica in una scuola media. È sempre stato mio complice, non mi ha impedito di partire per le zone più remote del mondo neppure quando nostra figlia era piccolissima. Sono stata molto fortunata».

Tua figlia sogna di diventare giornalista come te?
«Mi viene da piangere a parlare di lei: mi manca moltissimo, perché quest'anno scolastico lo trascorre in un college negli Stati Uniti. Non so che cosa farà da grande: per adesso vive come una teen ager. Nell'ultima lettera mi ha scritto che canta in un gruppo rock...»

Bologna è la tua città d'origine?
«Macché: io sono brianzola, di Desio. Mio marito è milanese. Ma questa è la città dove abbiamo scelto di vivere, dove ci sono i nostri amici. Tutto è comodo, a portata di mano, possiamo girare in bicicletta e, in fondo, sono a metà strada tra Milano, dove ho la mamma e i fratelli, e Roma, dove lavoro. Forse se avessi scelto la capitale avrei fatto carriera prima. Ma la mia vita sarebbe stata peggiore».

Nella vita sei altrettanto combattiva? Ti arrabbi di fronte alla burocrazia o se un prepotente ti supera in fila?
«Altroché: mi arrabbio moltissimo. Non sono certo una che lascia perdere, anzi. In quelle occasioni mio marito, che è un tipo molto più ascetico, preferirebbe non essere con me».

Adesso che sei diventata una celebrità, la tua vita è cambiata? La gente ti ferma per strada per chiederti l'autografo?
«No, la mia vita da questo punto di vista è rimasta assolutamente la stessa. Mi sa che non mi riconoscono. Sai qual è la verità? Il video non mi rende giustizia. Dal vivo sono molto peggio».


da «Bella» (Edit), 20 novembre 2001