Alessandro Preziosi: «Però quel nasone mi piacerebbe...»

di Mariateresa Truncellito

Sogna di essere Cyrano, ma, è proprio il caso di dirlo, gli manca “la physique du role”. Alessandro Preziosi, 27 anni, napoletano, è bello, senza rimedio. Neppure un nasone posticcio riuscirebbe a rovinargli la faccia. La stessa che gli ha fatto conquistare migliaia di ammiratrici che, ogni giorno, si sintonizzano su Canale 5 per seguire le sue gesta (è il poliziotto Pietro Foschi) nella soap all’italiana Vivere. In compenso, la parte di Cristiano gli sta a pennello: e nei panni del bello cui mancano le parole d’amore per Rossana, è in scena al Teatro Litta di Milano, dal 23 gennaio al 4 febbraio 2001.

Per una volta, il tuo aspetto fisico ti ha penalizzato...
«Insomma... Il ruolo di Cristiano è molto bello e proprio grazie alle mie qualità... "estetiche" risulto abbastanza credibile. Il testo di Rostand, che la Compagnia dei teatri possibili di cui faccio parte rilegge in chiave moderna, mi fa impazzire: però è proprio la celebrazione della bellezza interiore. Sì, lo confesso: vivo molto l’invidia per Corrado d’Elia che veste i panni del protagonista, oltre a essere il regista dello spettacolo».

Ti è mai successo di amare per "procura", come succede nel Cyrano del Bergerac?
«Come no? Mi sono sempre piaciute le donne più grandi. Così, quando avevo 16 anni, per fare colpo mi facevo aiutare dal mio amico Tommaso Mattei, bravissimo con la penna (è l’autore del penultimo spettacolo teatrale di Preziosi, Le ultime ore di A. I., ndr): ha scritto per me alcune lettere che hanno creato grandi amori. Quasi sempre impossibili, teatrali: oltre a essere più adulte di me, erano quasi sempre già impegnate».

Eppure la parlantina non dovrebbe mancarti, visto che sei laureato in giurisprudenza. Pensavi di fare l’avvocato?
«Ci penso ancora. Se tornassi indietro, non avrei tante riserve: dopo aver "assaggiato" il mondo dello spettacolo, ho capito che non ha importanza quale sia la tua professione, purché riesca ad appassionarti. In fondo, a me piace lavorare, produrre: credo che oggi sarei capace di gestire con entusiasmo qualsiasi tipo di lavoro».

In effetti, sei un tipo eclettico: attore teatrale, protagonista di una soap di successo e pure cantante pop, con lo pseudonimo di Mr. Freedom...
«Sì, suono il pianoforte e ho inciso due dischi, divertendomi moltissimo: il primo, di musica sudamericana, quando ancora facevo l’avvocato. Il secondo, proprio quando si sono accavallate mille attività: l’Amleto a teatro con Kim Rossi Stuart, Vivere, poi ancora teatro e conduzioni televisive. Così ho lasciato perdere: ma quello della musica è l’ambiente in cui mi sento più a mio agio».

E quello che consideri più difficile?
«La televisione, senza dubbio. È un vortice che non conosce soste, a differenza del teatro. Se non ti dai un freno, lavori sempre, ininterrottamente, ma senza un percorso preciso, senza costruire davvero qualcosa. Invece di essere un attore, diventi un personaggio televisivo, e non importa se conduci una trasmissione, appari come ospite o reciti in una fiction. Perciò, quando ti proponi in veste di interprete teatrale, devi faticare molto per essere credibile. E poi le tentazioni, professionali e umane, sono tante: ti imbatti di contiunuo in donne bellissime, sei travolto dalle relazioni sociali e da incontri che sembrano arricchirti e che invece ti lasciano ben poco».

Innamorato come sei del teatro, come fai a non annoiarti a lavorare in una interminabile soap opera?
«Sono stato tra i primi a fare un provino per Vivere: dopo pochi giorni, la produzione mi chiamò dicendomi che ero piaciuto moltissimo. Di fronte a tanto entusiasmo... mi sono entusiasmato anch’io. In quel momento, per me era importante innanzitutto lavorare. Oggi forse non lo rifarei, perché ho scoperto quali qualità riesco a tirar fuori sulla scena. Però cerco comunque di conservare quell’entusiasmo: forse, la routine della soap è la più grande prova di professionalità che si possa chiedere a un attore. Dopotutto, ti costringe ad una "disciplina" di lavoro».

La tua famiglia ti ha incoraggiato nella carriera di attore?
«All’inizio i miei genitori non ci credevano: anche perché in famiglia ci sono avvocati, magistrati, professori universitari, farmacologi, scienziati.... Insomma, pensavano che avrei lasciato perdere presto. Invece, sono stato fortunato: ho avuto subito l’occasione di lavorare e ciò mi ha praticamente cambiato la vita. Mi ha fatto crdere in quello che facevo. E allo stesso modo, ha spinto loro a credere in me, ad avere stima del mio lavoro, a darmi forza e ad aiutarmi nelle scelte più importanti. Ho un ottimo rapporto sia coi miei genitori che con i miei due fratelli».

Il successo ti ha cambiato?
«Mi ha solo reso più riflessivo».

E la popolarità, invece? Sul sito internet di Vivere ti scrivono tante ammiratrici. Molte protestano perché la soap ha cambiato orario: "Ridateci Alessandro alle 14! alle 12 e mezzo sono ancora a scuola...". Ti riconoscono per strada?
«Accidenti! Sembra che escano apposta, pensando "adesso lo becco". In Italia, a differenza che in Francia o Spagna, la gente si guarda molto intorno. Certo, con differenze tra nord e sud: a Milano chi ti riconosce abbozza un sorriso, un ammiccamento. Come dire "So chi sei, ma non te lo dico perché se non ti monti la testa". A Napoli è una tarantella: ti fermano, ed è la fine. Mi chiedono autografi per sé, la moglie, il figlio, poi tornano indietro "senti, senti, c’è mia madre al telefono. Ci parli?". Confesso che ultimamente faccio fatica a condividere questo entuasiasmo: forse perché gli impegni di lavoro sono aumentati, sono sempre molto assorto, molto distratto e non mi faccio capace che ci sia gente che ha tempo da perdere per fermarmi e chiacchierare».

A proposito di ammiratrici: sei fidanzato?
«No. Ci provo, ma non ci riesco. Eppure, penso spesso anche al matrimonio, seriamente. Forse mi porto sfiga da solo: più cerchi una cosa, più è difficile riuscire ad averla».

Magari perché hai un’ideale di donna che non esiste...
«Ma va! No, no... Non sopporto solo quelle che si servono del silenzio come di una pezza d’appoggio... Toh, sto parlando in termini quasi legali... Insomma, sai com’è: quando una compagna sa di non avere più niente da dirti, ma maschera il tutto con un silenzio molto misterioso. Non mi piacciono le persone che si comportano così. Forse perché io sono uno che maschera...»

Tu sei anche papà: hai avuto un figlio quando eri giovanissimo. Che rapporto hai con lui?
«Andrea ha 5 anni. È nato quando ne avevo 22. La paternità non mi ha spaventato, ma mi ha costretto a scegliere: presa la decisione di diventare padre, con molta fatica e difficoltà, ho capito che stabilire una direzione per la mia vita, il mio lavoro... Il rapporto che ho con Andrea è molto delicato e non è facile parlarne. Ogni due settimane torno a Napoli per vederlo (il bimbo vive con la madre, ndr), ma, in quelle occasioni, ho paura di stargli troppo vicino. Perché temo che poi possa soffrire molto per la mia assenza. In altre parole, non mi piace l’idea di riempirgli tre giorni su 15 per mettermi a posto la coscienza. A volte reggo con molta difficoltà il rapporto con lui: so che educare non vuol dire passare tutto il tempo insieme a giocare. Lui mi somiglia, nell’irruenza, e vorrei fosse un po’ più contenuto, un tantino più misurato. Bisogna avere molta pazienza: oggi credo di averla faticosamente conquistata».

Come stanno le cose con la mamma di tuo figlio?
«Oggi il rapporto con lei è molto più regolare. In passato ci sono stati moltissimi contrasti: lei non accettava che io l’avessi lasciata. Io invece pensavo che lei mi avesse scavalcato, mi avesse imposto una decisione senza lasciarmi davvero la possibilità di dire ciò che pensavo. Lei è estranea al mondo dello spettacolo e ha qualche anno più di me: mi sono reso conto che, per impegnarsi in un rapporto con una persona più matura, bisogna accettare il fatto che possa fare delle scelte per conto proprio. Adesso le nostre difficoltà sono state superate e, dopo 5 anni di grande amore e odio, tra me e lei c’è un rapporto molto profondo, una grande intimità emotiva, ci conosciamo abbastanza bene. Insomma: siamo pronti per affrontare insieme questo lungo percorso dell’essere genitori. Prima, io non lo ero».

Come passi il tempo libero?
«Ne ho pochissimo: amo stare con i miei amici di Napoli». Suona il suo cellulare: «Sì, sono negli studi. Sto finendo un’intervista. Puoi mandarmi una truccatrice che mi copra i bozzi che ho sulla faccia?» (Dove? a me la sua faccia sembra perfetta, ndr)

Curi molto il tuo aspetto? Fai sport?
«Macché. Faccio ginnastica alla mattina, ma il mio più grande sport è il lavoro: recitare mi costringe a fare attività fisica e mi permette di conoscere il mio corpo, quasi come lo yoga».

Poseresti per un calendario?
«Sì. Qual è il problema? In fondo, già in Le ultime ore di A.I. recito seminudo (Alessandro riproporrà il monologo nei festival teatrali estivi, come Taormina, Vasto e altri, ndr).

Hai un sogno che speri di realizzare?
«La regia di un film. Ma il magico mondo del cinema, in Italia, sembra inaccessibile. Soprattutto per un personaggio televisivo...»

da «Bella» (Edit) 6 febbraio 2001