I fratelli lo fanno meglio

di Mariateresa Truncellito

Sono una specie in via d’estinzione: i fratelli, insieme con zii e cugini, in un futuro non troppo lontano potrebbero scomparire. Esagerato? Non tanto: le statistiche ci dicono che oggi il 70 per cento degli italiani ha almeno un fratello. Ma, a meno di un improvviso ritorno di fiamma per la maternità, non durerà: la media di figli per donna in Italia è già di 1,19. Come tutte le specie rare, anche quella dei fratelli merita di essere protetta. Perché crea un rapporto unico, complesso, dove autonomia e dipendenza si fondono in un’alchimia che può diventare conflitto e rivalità, ma anche amicizia e sostegno.

Gli psicologi sono convinti che la relazione del bambino con la madre influenzi la qualità delle relazioni successive. Dagli Anni Ottanta, però, sono cominciati studi sulle relazioni affettive dei bambini piccoli non solo coi genitori, ma anche con fratelli, amici, coetanei. I fratelli imparano, spesso loro malgrado, a spartirsi l’amore di mamma e papà. A condividere spazi e giocattoli. A conoscere e gestire i problemi e i segreti familiari. Ma apprendono anche che condivisione non significa necessariamente rinuncia. Anzi, spesso è arricchimento: perché lo stesso gioco in gruppo è più divertente. Perché, coalizzandosi, possono convincere i genitori a concedere loro di rientrare più tardi alla sera. E perché un dolore o una responsabilità condivisa è assai meno pesante. Non solo: le relazioni tra fratelli rappresentano una “palestra” di vita, un nucleo di società che prepara ad affrontare quella vera. Un apprendistato negato al figlio unico. «I fratelli sono complici straordinari», conferma Maria Rita Parisi, psicoterapeuta. «E quando si uniscono per un progetto comune tendono a specializzarsi: c’è chi fa il braccio, chi la mente. Moltiplicando le loro capacità individuali». Non solo: rispetto a un estraneo, a un fratello è più facile riconoscere abilità e competenze. «A patto di non affidarsi totalmente all’altro, evitando ogni sforzo per migliorarsi».

Più litigano e più si aiutano

Certo: da Caino e Abele in poi, ciò che ha attirato maggiore attenzione nelle relazioni fraterne è la rivalità. I conflitti tra fratelli sono il problema che più spesso i genitori sottopongono agli specialisti. Sigmund Freud, il padre della psicanalisi, aveva ipotizzato che il risultato della competizione tra fratelli potesse spiegare le differenze di carattere tra persone cresciute nello stesso ambiente e con la medesima educazione. «Tuttavia ricerche recenti indicano che la rivalità non ha una sola dimensione» scrive Judy Dunn, studiosa dello sviluppo infantile nel libro «Affetti profondi» (Il Mulino). «Alcuni fratelli litigano, ma giocano anche spesso insieme, per altri non c'è né ostilità né amicizia, mentre per altre coppie ancora una dimensione prevale sull’altra. Tra i bimbi in età prescolare si è notato che quelli che più spesso entrano in conflitto con i loro fratelli, sono gli stessi che cercano di aiutare, cooperare, sostenere».

Successo moltiplicato

Un aspetto che colpisce in modo particolare in alcune relazioni fraterne è la condivisione della fantasia. Secondo alcuni studi americani, già a 18 mesi i bambini piccolissimi possono partecipare a giochi di finzione di ruolo se sono organizzati da un fratello che ha un atteggiamento amichevole e di sostegno. A 12-13 anni alcune di queste coppie di bambini si divertivano ancora insieme in un mondo fittizio, con gli stessi simboli e personaggi, rifugi segreti e bande, storie di vite immaginarie. E sembra che i fratelli che partecipano spesso a giochi di fantasia in comune hanno maggiori probabilità di mostrare interesse e amicizia reciproci.

Nascere prima o dopo fa differenza. Secondo la psicoterapeuta Raffaella Scalisi, autrice di «La gelosia tra fratelli» (ed. Franco Angeli), il primogenito è più intelligente, il secondo se la cava meglio nella vita. I primi tendono a essere più riflessivi e disciplinati, riescono meglio a scuola e nel lavoro perché sono molto determinati a raggiungere il successo. Sono però più insicuri e ansiosi. I secondi invece, possono sembrare più superficiali e infantili, ma hanno un’intelligenza pratica, carattere più aperto, maggiore creatività e apertura nei confronti delle novità.

Insomma: diversi o simili, ma sempre complementari. Ecco perché, se i fratelli riescono a unire le loro forze e le differenti qualità possono ottenere strepitosi risultati. La prova? A decine: nell’economia, nell’industria, nell'artigianato, sono moltissime le aziende di successo fondate da fratelli che hanno messo insieme risorse materiali e intellettuali. Ma anche nel campo della creatività, dallo spettacolo alla moda (i Versace, le Fendi, i Benetton), non mancano gli esempi.

Il più eclatante è forse quello dei Fiennes: di sette fratelli, cinque sono impegnati nel mondo dello spettacolo. Tre di loro hanno unito le forze per la realizzazione del film «Onegin», girato da Martha, interpretato e prodotto da Ralph, musicato da Magnus. Altri fratelli nel nome del cinema? Luc e Jean-Pierre Dardenne, i registi belgi che nel 1999 hanno conquistato la Palma d'oro a Cannes con «Rosetta»; i fratelli Ethan e Joel Cohen di Minneapolis, Palma d’oro a nel 1991 per «Barton Fink»: il primo produce, il secondo dirige, entrambi scrivono scambiandosi ruoli e idee; le neozelandesi Jane e Anna Champion, scrittrici, sceneggiatrici e registe (Jane ha vinto un Oscar con «Lezioni di piano»): insieme hanno scritto il romanzo «Holy Smoke» (pare litigando parecchio) e ne hanno ricavato un film con Kate Winslet.

Un altro esempio di come il legame fraterno possa essere essenziale per raggiungere il successo è offerto dalle sorelle Katia (47 anni) e Marielle Labeque (45), un duo pianistico tra i più famosi del mondo. Francesi, suonano o con due pianoforti o a quattro mani su un solo strumento: da tre decenni si esibiscono in straordinarie performance che vanno da Mozart e Mendelssohn al jazz e hanno suonato con le più importanti orchestre internazionali. Le loro doti musicali sono state esaltate, oltre che dalla straordinaria padronanza dello strumento, dal feeling fortissimo che le lega, indispensabile per la perfezione e la sincronia delle esecuzioni. Ma anche in Italia tantissimi sono arrivati al successo grazie a un riuscito sodalizio familiare: i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, insieme nella regia dal 1962. Le gemelle Kessler che spopolano sugli schermi televisivi degli Anni Sessanta moltiplicando per due il loro sex-appeal. Simona Izzo, che esordisce alla regia nel 1986 con la gemella Rossella, e nel 1994 dirige «Maniaci sentimentali» assoldando, tra gli interpeti, la sorella Giuppy, il padre Renato, il marito Ricky Tognazzi e la suocera Patricia O'Hara. Sabina Guzzanti è stata spinta al repertorio comico dal fratello Corrado, che a lungo le ha scritto i testi e il primo monologo per il provino alla Rai. Sabina, baciata dal successo per prima, chiama Corrado nel programma televisivo «Avanzi», nel 1993. Faranno insieme altre trasmissioni di satira e finiranno per coinvolgere in Tv anche la sorella più piccola, Caterina. Eppure Sabina ha dichiarato: «È difficile lavorare insieme tra fratelli. Siamo troppo simili. E troppo competitivi, ci lanciamo battute con una supponenza intollerabile». Sarà...

Paola & Chiara Iezzi (25 e 26 anni), cantanti

«Il nostro nuovo disco, TeleVision è il frutto di impressioni di vita e di viaggi, fatti insieme, in varie capitali europee. La musica esprime le nostre sensazioni, messe in comune». Paola e Chiara, milanesi, sono le “sorelline” del pop italiano. Vincitrici a Sanremo nel 1997, nella sezione Nuove proposte, sono al terzo cd. Parlano entrambe, a turno, completando l'una le frasi dell’altra: a testimonianza della grande sintonia che c'è tra loro. «Siamo sempre state molto unite, perché la mamma ci ha cresciuto come gemelle. Se ci sentiva litigare, veniva in camera nostra e puniva tutte e due. Fin da bambine ci divertivamo a cantare insieme per genitori e zii: il repertorio? Le sigle dei cartoni animati giapponesi. Facevamo persino pagare il biglietto...» Però c’è voluto un po’ per decidere che la loro strada professionale doveva essere unica. Paola, la bruna, ha frequentato il liceo classico e studiato il basso elettrico; Chiara, la bionda, il liceo artistico e la chitarra. Dice Paola: «Sognavo di diventare un grande chef. Mentre Chiara voleva fare la stilista». Invece, finite le superiori, si ritrovano insieme a esibirsi con vari gruppi musicali. Finché Claudio Cecchetto le sceglie come coriste per gli 883 e poi le manda a Sanremo. «Il fatto di essere sorelle ci ha aiutato ad affrontare il mondo dello spettacolo: si dividono i successi, ma anche le preoccupazioni, le paure. La nostra sintonia, umana e professionale, è fortissima. Non mancano le discussioni: anzi, quando vuoi davvero molto bene a una persona, rischi di farle più male, perché conosci bene i suoi punti deboli. Però, alla fine, riusciamo sempre a metterci d’accordo perché rispettiamo moltissimo le opinioni dell’altra. È come guardarsi in uno specchio che ti permette di vedere più facilmente dove hai sbagliato». Come compongono le canzoni? Risponde Paola: «Non c’è una regola: entrambe scriviamo testi e musica, a volte insieme a volte singolarmente. Ci critichiamo, anche ferocemente. Io sono più impulsiva e permalosa: ma so riconoscere quando Chiara ha ragione. E poi lei mi fa dei regali bellissimi: come un favoloso ciclo di massaggi, per il mio compleanno». Meno tolleranza quando le critiche toccano la vita privata: «Se una delle due ha il fidanzato, l’altra è contenta. Ma anche un po’ gelosa: per il timore che “lui” possa rubare il tuo spazio. Perciò è davvero difficile trovare qualcuno che vada bene a tutt’e due...»

Cristina (36 anni), Antonella (33 anni), Elisabetta Nonino (31 anni), produttrici di grappa

«Sin da piccole abbiamo respirato il profumo delle vinacce. E non abbiamo mai desiderato altro che entrare in azienda»: Antonella Nonino viene da una famiglia di distillatori da più di cent'anni. I genitori, Benito e Giannola, hanno creato un marchio di qualità noto in tutto il mondo. E un prestigioso premio letterario internazionale. «Cristina, madre di tre figli, si occupa delle vendite; Elisabetta, laureata in Scienze politiche, dell’amministrazione; io ho una bimba di 2 anni, sono laureata in Lingue, seguo la produzione e del Premio Nonino. Tutte e tre gestiamo le pubbliche relazioni. La divisione dei compiti è avvenuta naturalmente, in base al nostro carattere e ai nostri studi. Ma ancora più naturale è stato l’ingresso in azienda: da piccole era un gioco. Aiutavamo le ragazze che imbottigliavano o mettevano i tappi. Durante la vendemmia portavamo ai contadini i sacchi per la raccolta delle vinacce. Poi, appena diventate maggiorenni, la mamma ha lasciato a me e a Elisabetta la gestione dei contatti all’estero, perché lei non sa l’inglese. È curioso: da una parte, ha sempre avuto grande fiducia nelle nostre capacità professionali, ci ha spinto a superare ansie e timidezze e ci ha permesso, giovanissime, di girare il mondo. Dall’altra, è sempre stata gelosa e possessiva dei nostri fidanzati e ci obbligava a rientrare prestissimo: perciò, niente discoteca. Forse è stato per questo che tutte e tre ci siamo sposate giovanissime. Ma è anche un esempio della difficoltà di scindere il rapporto di lavoro dalla relazione madre-figlie». Durante l’infanzia, le tre sorelle Nonino hanno avuto anche due... fratelli «Due cugini ai quali eravamo legatissime. Il maggiore era il preferito di mia nonna e perciò prendeva sempre le mance più grosse. Ma, anziché tenersele, le spendeva per comprare gelato o caldarroste per tutti. Tutti insieme organizzavamo giochi strepitosi: scenette, sfilate di moda, concerti. Le mie sorelle sono rimaste anche le mie migliori amiche: oltre al lavoro, trascorriamo insieme anche il tempo libero. In azienda siamo molto solidali, a volte, nelle scelte ci coalizziamo contro i nostri genitori e non abbiamo problemi a dirci le cose in faccia, perché tutto poi si appiana. D’altra parte, in un’azienda di famiglia devi sempre essere disponibile, non approfittarti del fatto che tua sorella può prendere il tuo posto. Ma tra noi non succede: perché i nostri genitori ci hanno trasmesso un fortissimo senso del dovere e del rispetto degli altri».

Silvia (33 anni), Guido (32), Giorgio (29) Damiani, produttori di alta gioielleria

«Non so se senza i miei fratelli ce l’avrei fatta. Forse avrei avuto paura di gestire un’azienda che sta diventando sempre più grande. In tre è diverso: ho fiducia e sento di poter fare bene il mio lavoro». Silvia Damiani è vicepresidente e direttore dell’atelier creativo della storica azienda di Valenza, con oltre 300 dipendenti. Dal 1996, in seguito all’improvvisa scomparsa del padre in un incidente, la gestisce con i fratelli Guido, amministratore delegato, Giorgio direttore della produzione e degli acquisti, e la madre Gabriella, il presidente. «In verità io e Giorgio lavoravamo già in azienda, dalla fine della scuola superiore. Guido invece, dopo aver conseguito il diploma di gemmologia, ha lavorato per un po’ nel settore immobiliare, per capire quanto fosse forte il suo desiderio di lavorare per Casa Damiani. In fondo, sin da ragazzi abbiamo sentito l’azienda come il nostro destino: mio padre era una figura molto carismatica e sentiva un gran bisogno di insegnarci tutto quello che sapeva: forse perché la nostra non è una famiglia molto longeva. La sua scomparsa ci ha avvicinato ancora di più: è banale, ma di fronte a una tragedia è vero che l’unione fa la forza. L’azienda per lui era quasi il “quarto figlio”: il più piccolo e bisognoso. Perciò è stato naturale, per noi, prendercene cura. Ridistribuendo i compiti, anche a costo di rinunciare a qualcosa che amavamo: io, per esempio, ho smesso di occuparmi dell’acquisto delle perle per concentrarmi nel design e nella creatività. Giorgio è l’esperto delle tecniche di lavorazione, mentre a Guido toccano le strategie aziendali. In generale, andiamo molto d’accordo. Il più riflessivo dei tre, stranamente è Giorgio, il minore: quando propone un’idea è già pronta da realizzare. Io sono più impulsiva. Però a tutti piace rischiare». Proprio a Silvia è venuta l’idea di utilizzare come testimonial un uomo: Brad Pitt, che aveva commissionato a Casa Damiani un anello per la fidanzata Jennifer Aniston.

da «Bella» (Edit)