Le grandi famiglie: i Rizzoli

di Mariateresa Truncellito

Il Pirellone, simbolo del boom della città “più americana d’Italia”, era fresco d’inaugurazione. Anche il "cumenda" sognava un grattacielo. Il suo, sovrastato da una grande «R». Simbolo svettante di un uomo che, come si diceva allora, si era fatto da sé. Il sogno di Angelo Rizzoli, purtroppo, si infrange contro il «no» degli architetti-ingegneri Portalupi, Pestalozzi e Cavallé: il terreno in via Civitavecchia non è adatto a reggere un gigante di cemento. Pazienza: il cumenda avrebbe avuto lo stesso il suo grattacielo. Però... sdraiato: 150 metri di uffici su quattro piani, scanditi da 724 finestre e coronati dall’insegna verde «Rizzoli Editore», per esteso.

Sono passati più di quaranta anni: il palazzo e l’insegna sono ancora lì. La strada, nel frattempo, è diventata via Angelo Rizzoli, scomparso nel 1970, a 81 anni. Ma la famiglia Rizzoli è molto lontana.
Quella di Angelo Rizzoli è una vita da romanzo d’appendice: l’infanzia misera, le cambiali, la tenacia, il duro lavoro, la guerra, decenni di sacrifici in macerie. E poi la ricostruzione, il successo, i soldi, le belle donne, i panfili di lusso, il gioco. E ancora: gli eredi non sempre all’altezza. E la rovina.

Un orfano felice

Il futuro cumenda nasce a Milano il 31 ottobre 1889 da genitori poverissimi. Una sorellina non sopravvive agli stenti. Il padre, annientato dalla miseria, si toglie la vita. Della fame sofferta da piccolo, Angelo non si sarebbe mai vergognato. Anzi: ne avrebbe fatto uno dei suoi più grandi vanti. «Vivevamo in una zona molto ricca di Milano. È la cosa peggiore che ci sia, quella di essere poveri in mezzo ai ricchi. A scuola mi trovavo sempre da solo, nell’ultimo banco, perché nessuno voleva stare accanto a me. Non avevamo neppure i soldi per andare dal barbiere, i capelli me li tagliava mia madre. Il giorno più felice della mia vita di bambino fu il 10 febbraio del 1895, quando entrai nell’orfanotrofio maschile, nei Martinitt. Lì finalmente fui felice. Perché ero un povero fra i poveri, uno uguale a tutti gli altri».

Per dieci anni Angelo vive da “piccolo Martini” (dall’oratorio di San Martino, dove si trovava anticamente l’orfanotrofio) e impara il mestiere di tipografo. A 16 anni è assunto come operaio alla Alfieri e Lacroix. Risparmiando sul salario, mette insieme 500 lire d’anticipo e compra la sua prima Linotype, da pagare in cinque anni. In via Cerva, una antica viuzza a pochi passi da piazza San Babila, un piccolo tugurio accoglie la tipografia A. Rizzoli & C.: Angelo e un dipendente. Producono stampati commerciali e il lavoro non manca. Saldati i debiti, i guadagni vengono reinvestiti nell’acquisto di nuove attrezzature. Nel 1913 l’impresa già trasloca in via Anfossi e comincia a stampare a colori.

Angelo non pensa solo al lavoro: si innamora di Anna, la sposa e, per tutta la vita, le riconosce il merito di essere stata l’unica artefice dell’unità familiare. Mentre lui trascorre 16 ore al giorno in tipografia, lei, a casa, fa la cucitrice per arrotondare. Nel 1914 la famiglia è allietata dalla nascita del primogenito, Andrea. Poi verrà Pinuccia. Il giovane Angelo non può godersi le gioie della paternità: deve partire per il fronte e chiudere i battenti dell’azienda.

Nasce un editore

Pochi anni dopo, la A. Rizzoli & C. coi suoi cento operai occupa un intero caseggiato in via Broggi e stampa già in rotocalco. La tipografia si trasforma in una casa editrice: Rizzoli acquista dal «Secolo» di Milano le riviste «La Donna», «Commedia», «Il Secolo Illustrato» e «Novella». In proposito, avrebbe detto: «Erano giornali sconosciuti, erano un disastro. Ma quello fu il momento più importante nella mia vita di editore». Due anni dopo, ecco i primi libri, a dispense, come la Storia del Risorgimento, un successo.

Sul personaggio comincia a fiorire la leggenda: Rizzoli non ricorda i nomi dei suoi autori, Rizzoli non legge i libri che pubblica. Ma ha un fiuto eccezionale. Indro Montanelli ha raccontato: «Mi chiese di dare un’occhiata al manoscritto di un prete di cui non ricordava il nome. "Ma", aggiunse, "se è una porcheria non dirmelo, tanto lo pubblico lo stesso. Quel prete aveva una bella faccia. Ho capito poco di ciò che ha detto. Ma ho capito benissimo che non è un imbroglione". Rizzoli pubblicò 2 mila copie della Storia di Cristo di padre Ricciotti. Ma subito dovette ristamparne altre 100 mila. E all’epoca, il massimo era una tiratura di 5 mila copie”.

Il “re” dei periodici

Rizzoli pensa in grande. Avvia un’impresa titanica, l’Enciclopedia Italiana dell’Istituto Giovanni Treccani. E diventa il primo editore “multimediale”: nel 1933, con la società Novella Film produce La signora di tutti, protagonista Isa Miranda. Lo stabilimento trasloca ancora, in piazza Carlo Erba.

Nuove testate di successo vedono la luce: «Cinema Illustrazione», «Pan», «Lei», «Annabella», «Bertoldo», «Omnibus». Solo la guerra, per la seconda volta, riesce a mettere un freno all’inarrestabile editore: nel 1943 i bombardamenti distruggono lo stabilimento. Ma lui lo fa rimettere in piedi a tempo di record.

Il dopoguerra è scandito da nuovi trionfi: i periodici «Oggi», «Candido», «L’Europeo». E il settimanale «Bella», che cerca di aiutare le donne ad affrontare le difficoltà della ricostruzione. Fra consigli di bellezza, diete, test psicologici, galateo, cartamodelli, le lettrici trovano novelle, storie vere e incursioni nella vita dei vip di allora, da Gary Cooper a Tyron Power. Nel 1949 nasce la «Biblioteca Universale Rizzoli» (Bur) che, ogni mese, offre a prezzi stracciati i capolavori dei grandi scrittori italiani e internazionali. Per il cumenda, che si era fermato alla quinta elementare, fare cultura e informazione “popolare” è una delle principali preoccupazioni. Anche al cinema: nel 1950 Don Camillo incassa oltre 2 miliardi e mezzo di lire, un record. Rizzoli non teme il rischio, ma si vanta di avere sotto il materasso le liquidazioni dei dipendenti. E dice: «Ho messo in piedi un impero così grande e solido che ci vorranno almeno tre generazioni per distruggerlo». Peccherà di ottimismo.

Gli anni Cinquanta sono la belle époque di Angelo Rizzoli: fotografato sempre al centro di feste con le attrici più belle, spesso dietro a un tavolo verde. Secondo Oriana Fallaci «non giocava per vincere, ma per perdere e pagare così il suo debito con la fortuna». Grazie a un amico, lo studioso di terapie termali Pietro Malcovati, scopre Ischia. E se ne innamora: investe in grandi alberghi, come il Regina Isabella, e nell’ospedale, intitolato alla moglie Anna. Spinto da Miriam Bru, attrice che, con Isa Miranda e Graziella Granata, fu per lui più che carissima amica, compra la settecentesca Villa Arbusto.

La dolce vita

Qui e nelle eleganti cabine del suo panfilo, il «Sereno», il più grande del Mediterraneo, passano i più bei nomi del jet set, teste coronate e finanzieri. E i divi di Hollywood: John Wayne, Liz Taylor, Vittorio De Sica, Maurizio Arena, protagonisti dei film prodotti dalla Cineriz del cumenda e, a volte, girati proprio sull’isola. Come Vacanze a Ischia, del ‘57, una commedia che illustra le bellezze del luogo dove Rizzoli, già abile “comunicatore globale”, ha tanto investito. Con la stessa lungimiranza, accetta di produrre il film La dolce vita. Fellini non è ancora un maestro indiscusso e l’impresa si prospetta molto costosa. Rizzoli spiega a un perplesso Montanelli perché ha deciso di rischiare: «Perché quel tipo lì... come si chiama? ... se riesce a far recitare gli altri come recita lui, farà certamente qualcosa che magari non si vende, ma che valeva la pena di fare... Perché quello lì per metà è un ciarlatano, ma per l’altra metà è un genio...».

Se la gente di talento lo incanta, Angelo Rizzoli, invece, non ama i ricchi. A cominciare da suo figlio Andrea. Spesso gli rimprovera di non essere nato povero e di non aver provato i morsi della fame. Enzo Biagi ha ricordato che durante una cena, il cumenda prese una bottiglia e disse: «Questo monte alto sono io». Poi afferrò un bicchiere: «E questo è il Col di Lana: Andrea».

Eppure, per tutta la vita, Andrea Rizzoli avrebbe cercato di essere all’altezza della situazione. Entra in azienda ancora bambino e, giovanissimo, è tra gli artefici di storici successi editoriali: convince Vittorio Metz e Giovanni Mosca a lasciare il «Marc’Aurelio» di Roma per venire a Milano a fondare il «Bertoldo». Ed è sempre lui a dar vita al «Candido» di Guareschi. Ancora, è sotto la sua presidenza, dal ‘54 al ‘63, che il Milan vince quattro scudetti e una Coppa dei campioni.

Il figlio incompreso

C’è chi dice che Andrea è stato annientato dal padre, che gli lasciò il comando solo morendo. Quando ormai era tardi: perché il figlio era troppo vecchio e, nello stesso tempo, senza esperienza. C’è invece chi sostiene che, in privato, il cumenda lo ascoltasse, e molto. Ma in pubblico, davanti ai vertici dell’azienda, lo umiliava. Senza pietà: «Tas, ti, bamba», sta zitto, stupido.

Non è vero, però, che non gli volesse bene: la notte in cui Andrea è colpito da un infarto, il padre telefona a Enzo Biagi, piangendo disperatamente. Ma quel figlio non gli assomiglia, non abbastanza. Anzi: forse cerca in ogni modo di essere diverso da lui. Quanto il cumenda è cordiale, allegro, estroverso, sicuro di sé, tanto Andrea è chiuso, complessato. Quanto il padre è ottimista e fiducioso, tanto lui è scettico e sospettoso: odia i giornalisti, le foto, gli eventi mondani. E anche nel “look” sono molto diversi: Angelo Rizzoli ama i vestiti chiari, il panama, la sigaretta al mentolo pendente dal sorriso. Il figlio è sempre in grisaglia, cravatta e scarpe scure, espressione imbronciata.

Qualcosa in comune però ce l’hanno: la passione per il gioco e l’amore per le belle donne. Tutt’altro che fascinoso, Andrea nel 1942 riesce a impalmare la ragazza più carina del regio ginnasio liceo Berchet, Lucia Solmi. Da lei ha tre figli: Angelo, detto “Angelone” per la stazza, Alberto, Annina.

Il matrimonio finisce nel 1960: sulla spiaggia dell’Excelsior, al Lido di Venezia, durante la mostra del cinema, l’ombroso Andrea si innamora di una splendida e solare indossatrice di vent’anni più giovane: Maria Luisa Rosa, detta Ljuba. E, da Camilla Cederna,«la Circe di Sesto San Giovanni».

«Ridere e piangere: non ho fatto altro nella mia vita», ha detto Ljuba a Cesare Lanza, in una rara intervista. I Rosa erano una famiglia agiata, proprietaria di un’impresa metalmeccanica. Maria Luisa sogna di fare l’attrice. Ma il padre, geloso e possessivo, le tarpa le ali, e non solo: per impedirle di partecipare a Miss Italia, la vigilia del concorso le taglia i capelli a zero. Ljuba si innamora sempre di uomini sposati. Con Ettore Tagliabue, proprietario di una grande scuderia e del leggendario Ribot, vive per sette anni, nel lusso più sfrenato. Finché lui la lascia per una ragazzina. Ljuba finisce in clinica. «Mi portai le cose a cui ero affezionata. La pelliccia, alcuni abiti, la bici. Solo ora capisco quant’ero scema».

La guarisce l’incontro con Andrea Rizzoli. «Era premuroso, severo. Mi educò: non voleva che usassi profumi violenti, al ristorante pretendeva che mangiassi quello che avevo ordinato... Un padre. Nel ‘63 mi accorgo di essere incinta: aspettavo Isabella. Uno choc! I medici mi avevano detto che non potevo avere figli e invece ecco questa gioia immensa». Ma solo quando Andrea è colpito dall’infarto, l’ostile cumenda accetta finalmente che lei e la bimba si trasferiscano nel palazzo di famiglia, in via Del Gesù. «Una vita spesso senza senso», l’ha descritta Ljuba. «Mi vengono in mente solo i vestiti, come uno, bellissimo, di Schubert, per un ballo... E poi casinò e casinò, tanti casinò, a fianco di Andrea». Sempre alla Cederna, proprio Andrea aveva detto: «I Rizzoli sono una famiglia di giocatori. Ma preferisco la malattia del tavolo verde a quella della polvere bianca...» A Montecarlo, una sera, alla roulette esce per cinque volte l’8, il numero preferito di Ljuba. «Regalai una casetta ad Andrea, a Cap Ferrat. Una sorpresa...»

Un sogno di troppo

In Costa Azzurra Andrea avrebbe trascorso, in malinconico ritiro, i suoi ultimi anni. In una villa sfarzosa: la piscina, il parco, due Rolls-Royce impolverate nel piazzale. E 24 cani, gli ultimi (unici?) fedelissimi amici. Si rifugia qui nel 1978, dopo aver lasciato la carica di presidente della Rizzoli. È stanco, gravemente malato di diabete, prostrato psicologicamente. A differenza di suo padre, non ha avuto fiuto verso le persone. Si è fidato troppo dei manager.

Eppure, di nuovo, aveva cercato di essere all’altezza del “monte”, realizzando il sogno del cumenda: portare nella Rizzoli un quotidiano. Anzi “il” quotidiano, «Il Corriere della sera», il giornale più importante d’Italia. Nel 1974 lo acquista. Non è un affare: il Corriere perde 20 miliardi all’anno. Il figlio Alberto cerca di fermarlo. Ma lui, testardo, gli risponde: «I miei soldi posso anche lasciarli agli orfanelli». All’inizio delle trattative il costo del denaro è al 6 per cento. Alla conclusione, il tasso è salito al 21. L’impresa prosciuga le casse della Rizzoli. Ma Andrea pensa ancora di portercela fare, con l’aiuto del figlio Angelo. «Questo è stato il mio errore. Angelo era giovane, sì. Ma era un bravo ragazzo. Non dico che fosse un prodigio, ma era serio, colto, senza ambizioni di potere. Aveva charme. Non fumava, non beveva, aveva enorme rispetto per me, si alzava quando entravo in una stanza. E invece si è comportato da fesso. È stato rovinato e si è rovinato. Forse ha avuto troppo e subito. Una miscela terribile per la sua presunzione e la sua megalomania».

Per dimostrare l’inettitudine di suo figlio, Andrea, che aveva sempre evitato i giornalisti, rilascia interviste di fuoco, piene di pettegolezzi. Racconta di quella volta che Angelone, con la moglie Eleonora Giorgi e il figlio, era partito con l’aereo privato per un weekend a Portofino. E aveva anche fatto venire il «Sereno» da Ischia per farci dormire le guardie del corpo. Poi, per rientrare a Roma, la coppia aveva noleggiato un altro aereo. «Uno yacht e due aerei per mezzo fine settimana a Portofino! Un’altra volta, proprio qui, a Cap Ferrat, Eleonora Giorgi in una sola notte mandò tre volte l’autista in Italia a cercare la Sangemini...».

Il dolore più grande

Di nuovo, un Rizzoli padre contro un Rizzoli figlio. Ma questa volta lo scenario è assai più tragico. «Mio figlio Angelo mi disse che qualcuno era disposto a finanziarci mantenendo la famiglia ai vertici del gruppo. Ma preferiva avere a che fare coi miei figli. Mi disse che i nuovi soci temevano, un giorno, di trovarsi al tavolo del consiglio l’indossatrice che avevo sposato. Erano ragioni con qualche fondamento. Perciò accettai di dimettermi».

Un finanziamento incauto: nel 1981 il Corriere è travolto dallo scandalo della P2, che coinvolge Angelo e Alberto Rizzoli e il direttore generale Bruno Tassan Din. Andrea, con amarezza, commenta: «Dopo aver lavorato per 48 anni ho perso tutto. L’azienda, il nome, i figli in carcere. La casa di via del Gesù è ipotecata, ho dato via la terra e l’aereo. Sono oberato dai debiti, più di cento miliardi di debiti fatti da mio figlio. Oggi di mio non ho più niente. Solo debiti. Se si sommano le fatiche di mio padre e le mie, abbiamo lavorato esattamente cent’anni per costruire l’impero Rizzoli. Angelo lo ha distrutto in due anni».

Eppure, Andrea farà pace con Angelo, per telefono. Pochi mesi prima di morire, il 31 maggio 1983, a 69 anni. Ucciso dai dispiaceri, si disse. Il più grande, tuttavia, gli è stato risparmiato. Nel 1987 la figlia Isabella, cresciuta in collegi di lusso, troppo fragile e sola, da tempo in cura per problemi psichici e, forse, di tossicodipendenza, si uccide gettandosi da una finestra. Riposa al Monumentale, necropoli degli illustri milanesi, a fianco del nonno e del suo papà. La persona che più amava al mondo.

Un sopravvissuto

Ha retto alla perdita degli affetti più cari, alla bancarotta, a un anno di carcere, al naufragio del matrimonio con Eleonora Giorgi. Angelo junior ha dimostrato di essersi meritato il soprannome di “Angelone”. Suo nonno è stato imperatore dell’editoria. E lui oggi, a 58 anni, è il principe della fiction. Il target è quello di una volta: il pubblico dei rotocalchi, dei giornali per famiglie, incollato a milioni davanti alla tv. Portano il marchio Rizzoli i maggiori successi delle ultime stagioni: «Padre Pio» con Sergio Castellitto, «Incompreso», «Cuore», «La guerra è finita», «Le ali della libertà» con Sabrina Ferilli...

Anche la vita di Angelone sembra una fiction. A 18 anni si scopre malato di sclerosi multipla, su una sedia a rotelle. Un medico lo rimette in piedi, ma gli annuncia che la gamba destra gli sarebbe servita solo «per infilarsi i pantaloni». Angelone non accetta la condanna: oggi zoppica leggermente. A 23 anni si laurea in Scienze Politiche. Cerca di piacere a suo padre, di essere un degno delfino, predestinato a sedere sul trono dell’impero. E, in effetti, a soli 30 anni è uno degli editori più importanti d’Europa.

Per il resto, cresce come un rampollo ricco e viziato qualsiasi: frequenta Cinecittà e i divi, usa l’aereo di papà e lo yacht del nonno, partecipa alle regate. E conquista una bellissima attrice, Eleonora Giorgi. Si sposano in segreto, nella cripta di San Marco, durante una convention Rizzoli a Venezia. Lei è in dolce attesa. Testimoni: per lo sposo, Bruno Tassan Din; per la sposa, il coiffeur. Una favola. Ma finisce male, malissimo: quando Angelone va in prigione, lei lo lascia.

Anni dopo, a «Repubblica», Rizzoli junior racconta di essere entrato nella P2 «per caso»: «Mio padre voleva vendere gli alberghi di Ischia per appianare un po’ di debiti e mi mandò da questo Umberto Ortolani. Che, dopo qualche incontro, mi propose di entrare nella massoneria. Cosa comporta?, chiesi. E lui: niente, solo 200 mila lire di iscrizione. Poi mi fece conoscere Licio Gelli». Del carcere, invcece, ha detto: «È un luogo senza speranza, ma l’umanità prevale. Tra i detenuti rimanevo una persona».

I giornali, invece, non hanno pietà. Neppure quando viene assolto da tutte le accuse: «Se non ero ladro, ero almeno imbecille». Nel 1984 la Fiat, attraverso la finanziaria Gemina, raccoglie le rovine dell’impero. Dopo 75 anni, nell’azienda fondata dal cumenda i Rizzoli sono degli estranei. Milano è una città nemica: nessuno vuole più avere a che fare con una famiglia che, per tre quarti di secolo, era stata tra le più illustri.

Mai più in via Rizzoli

Ma Angelone, ripartendo da zero, risale la china. Con l’appoggio della madre e di Silvio Berlusconi, che lo spinge a produrre film. E con l’amore di Melania De Nichilo, medico, conosciuta appena uscito di galera. «Non fece un affare sposandomi. Mi aiutò a ricostruire una famiglia, a ricominciare e a tornare sereno. Le devo moltissimo. Non so immaginare la vita senza lei». Oggi Angelo Rizzoli ha una società di produzione che fattura oltre 100 miliardi. E altri due figli, Arrigo (11 anni) e Alberto (7), oltre ad Andrea (22), nato dal primo matrimonio. «Con lui ho un rapporto amichevole. Cerco di stargli vicino, ma di garantirgli il massimo dell’autonomia. Coi piccoli, tento di essere il più affettuoso e meno ingombrante dei padri. Mio padre ci organizzava la vita, le giornate, come in caserma».

La famiglia abita in una casa ai Parioli, a Roma. In un’intervista a Claudio Sabelli Fioretti, su Sette, Rizzoli junior ha detto: «Sono passato una sola volta in via Angelo Rizzoli. Fu un’emozione enorme. Mi trovavo davanti a qualcosa che si chiama Rizzoli, ha sede in via Angelo Rizzoli, è stata costruita da Angelo Rizzoli e io mi chiamo Angelo Rizzoli. Sogno sempre di tornarci da proprietario. Ma Holderlin diceva: "L’uomo è un dio quando sogna e un pezzente quando riflette". Quando rifletto mi metto il cuore in pace. Non tornerò mai più a Milano. Mai più in via Rizzoli».

da «Bella», settembre 2000