Che incubo le code!
di Mariateresa Truncellito
Fila, coda, attesa: sono sinonimi di perdita di tempo. Per chi ha i minuti contati, spenderne una buona parte incastrati in un ingorgo di auto o di persone, è causa di forte stress. E poco importa se la fila è in piedi (in banca) o seduta (nella sala d'attesa del medico), al caldo (in automobile) o al freddo (per il taxi), se è burocratica (all'anagrafe) o godereccia (al cinema). In coda spesso si mostra il peggio di sé: qualcuno fa il furbo e tenta di scavalcare gli altri, qualcun altro perde la pazienza e alza la voce.
Il tempo che si trascorre in fila sembra sempre interminabile. Ma è davvero così? O è l'insofferenza italiana alle regole che lo rende tale? Ed è davvero impossibile vivere in modo più sereno gli inevitabili "tempi dell'attesa"? Per capirlo, ho vissuto per Bella una ordinaria giornata di file: dalla Brianza, dove abito, sono andata a Milano per esami medici, shopping, adempimenti burocratici. In una sorta di pellegrinaggio... da una coda all'altra.
Auto in lenta processione
(1 ora e 10 minuti)
Ho appuntamento per un'ecografia, in un ospedale milanese. Visto che ho chiesto una giornata di permesso in ufficio, ne approfitto per sbrigare alcune commissioni. Un fotografo mi accompagna per tutto l'itinerario. Piove a dirotto. Una vera iattura, perché a Milano con l'umidità tutto - file comprese - rallenta inesorabilmente.
Avvio l'automobile intorno alle 8.55: da casa mia, per raggiungere la Tangenziale Est che mi porta in città, devo attraversare Biassono, Villasanta, Monza, Brugherio. Praticamente una lunga, lentissima coda: basta un semaforo rosso, un automobilista distratto, un ciclista amatoriale (ma non li ferma neanche la pioggia?) e tutto si blocca. Dopo circa 45 minuti arrivo all'uscita «Cascina Gobba», importante crocevia: di fronte a me c'è una specie di grande palude di auto. Immobili. Di questo passo, non arriverò mai in città. Mi guardo intorno, per capire cosa fa la gente al volante per ingannare l'attesa: una signora, dietro di me, si ritocca le labbra col rossetto, un tipo in giacca e cravatta sfoglia un quotidiano. Molti sono al telefono. Qualcun altro cerca di "saltellare" con disinvoltura da una corsia stradale all'altra, nella convinzione di guadagnare qualche metro e scongiurare la scelta della "fila che non va". Dal canto mio, ascolto RadioRai: lo speaker di OndaVerde sgrana come una corona di rosario gli ingorghi automobilistici di tutta Italia. Mi sento in un'affollata compagnia, anche se non mi consola granché. Finalmente, alle 10.05, esco dalla Tangenziale. Un'ora e dieci minuti per 24 chilometri: una velocità media di tutto rispetto... per le tartarughe.
In Posta, con qualche pregiudizio
(parcheggio 15 minuti, bancomat 8 minuti, sportello banca 10 minuti, posta 10 minuti)
Mi dirigo verso il centro della città. Dopo un'altra mezz'oretta di marcia, eccomi alle prese con la ricerca disperata di un piccolo spazio per la mia Cinquecento: non è una fila, d'accordo, ma fa ugualmente saltare i nervi. Resisto per un quarto d'ora, poi mi arrendo: punto verso i giardini di via Palestro, lascio l'auto in un parcheggio a pagamento e raggiungo piazza del Duomo con la metropolitana. Primo obiettivo: la banca. Devo prelevare del contante e chiedere informazioni per aprire un nuovo conto corrente. Davanti al Bancomat c'è un discreto numero di persone. Attendo pazientemente il mio turno, per 8 minuti. Dentro le cose non vanno meglio: nonostante la sbandierata automazione (operazioni per telefono o via internet) molta gente preferisce ancora il "contatto umano". La fila c'è, anche se scorre abbastanza velocemente: altri 10 minuti, per fortuna premiati da cortesia, disponibilità e puntuali risposte alle mie (molte) domande.
Tocca all'Ufficio postale, luogo di code snervanti per antonomasia. Devo spedire una raccomandata e pagare l'abbonamento a una rivista. Sono preparata al peggio, ma mi sbaglio: per fortuna, non è giorno di ritiro pensioni, né di scadenze. Così me la cavo anche qui con poco, una decina di minuti in tutto. E, devo riconoscerlo, l'impiegato è gentile quanto il bancario: mi sorride perfino!
Pasto mordi e fuggi?
(fast-food 15 minuti)
Si avvicina l'ora di pranzo. Opto per un fast-food, tempio della ristorazione mordi e fuggi: niente attese per il servizio, niente ordinazioni, solo menù pre-confezionati. Basta la parola, no? No: anche qui, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Adolescenti e impiegati formano una serie di file brevi, ma disordinate: a rischio e pericolo degli altri che cercano di raggiungere un tavolino reggendo il loro vassoio in precario equilibrio. Nonostante ciò, il mio turno arriva dopo solo 5 minuti: peccato che l'hamburger prescelto è momentaneamente esaurito e devo aspettare un'altra decina di minuti prima di potermi accomodare. L'aspetto "fast", veloce, si manifesta dopo: ho appena ingoiato l'ultimo boccone, quando un ragazzo mi chiede di lasciargli il posto a sedere, visto che «ho finito».
Pazienti... per definizione
(ospedale 50 minuti, supermarket 10 minuti, ritorno a casa 1 ora e 15 minuti)
Riprendo il metrò e torno all'automobile. Vado verso l'ospedale: a quest'ora il traffico è più scorrevole. La pioggia invece sempre impietosa. Alle 13.20 sono di nuovo in una coda: all'accettazione ambulatori, per pagare il ticket e consegnare l'impegnativa del mio medico. Stavolta, la fila procede lentamente: allo sportello c'è una sola addetta che prende appuntamenti per nuovi esami, fornisce informazioni, dispensa consigli e, naturalmente, incassa il pagamento dei ticket. Non tutto fila liscio: il computer non risponde velocemente ai comandi, il bancomat non "legge" una tessera magnetica, mancano informazioni sui certificati. Piccoli inconvenienti che però rendono la coda quasi immobile. C'è chi comincia, timidamente, a lamentarsi. Finalmente viene aperto un secondo sportello: i tempi di marcia accelerano. Ciò nonostante, pago il ticket alle 14. Prima di fare l'esame attendo un'altra decina di minuti in reparto.
Alle 15.30 eccomi di nuovo sulla strada. Sono decisamente stanca. Ma non mollo: devo ancora fare la spesa. Ecco un supermarket: confido nell'ora e nel giorno infrasettimanale. In effetti, non c'è molta gente: la coda alle casse è corta, ma, come vuole la "legge di Murphy" (se qualcosa può andare male, lo farà), è finito il rotolo di carta per gli scontrini e la signora prima di me non ha pesato l'insalata. E così se ne vanno altri 10 minuti. Alle 17.15 saluto il fotografo e mi rimetto in marcia, verso casa. Decido di seguire un precorso alternativo rispetto all'andata: è un po' più lungo (di 4-5 chilometri) ma, di solito, si trova assai meno coda. Risultato? Non infilo la chiave nella serratura di casa prima che sia trascorsa un'altra ora e un quarto...
Tempo per rilassarsi
«La coda non è fonte d'ansia in sè, ma a causa del nostro stile di vita frenetico» spiega Vittorio Caprioglio, medico psicoterapeuta e direttore della rivista Riza Psicosomatica. «Il tempo è un bene prezioso, ogni giornata è programmata nei particolari e le file costituiscono ostacoli alla realizzazione dei nostri obiettivi, imprevisti che causano stress». Anche perché la percezione del tempo trascorso in attesa del proprio turno è sempre più lunga della realtà: 5 minuti di coda ci paiono un'eternità. «Il tempo non è un valore assoluto, ma soggettivo», sottolinea Caprioglio. «La durata dipende dalla situazione: i minuti volano quando è felice, positiva. E viceversa». Tutto ciò spiega l'insofferenza, le reazioni spesso spropositate, i tentativi furbi di aggirare l'ostacolo. «C'è anche chi tenta di "ottimizzare" i tempi morti: accende il computer portatile o si attacca al cellulare. Ma anche questo comportamento può generare stress, alimentare ansia». Qual è invece il modo giusto per vivere i momenti che siamo costretti a passare in coda? «Considerarli un piacevole imprevisto che ci permette il lusso di non fare nulla: pause necessarie e importanti nella frenesia quotidiana. Approfittiamone per guadarci intorno, per stare con noi stessi, per ascoltare musica. Eviterei corsi di inglese in audiocassetta, telefonate di lavoro o aggiornamenti dell'agenda. Ciò che ci manca è il tempo per il relax, non certo gli impegni. Proviamo invece a godere della noia: soprattutto quando ha una così breve durata».
Gli italiani lo fanno peggio?
Perché gli italiani sono così insofferenti alle code? All'estero le file sono considerate una norma civica da accettare e, soprattutto da rispettare. «Nel nostro Paese la cultura della collettività e quindi dell'osservanza delle regole è molto debole», sottolinea Enrico Finzi, sociologo e presidente dell'istituto di studi sociali Astra. «Non per nulla l'Italia ha inventato il "codista", un disoccupato che, dietro compenso, fa la coda per qualcun altro. Ciò si sposa con un gusto per il divertimento, lo sberleffo: la furbizia di chi riesce a scavalcare la coda suscita addirittura ammirazione, purché non ti colpisca direttamente». Però è anche vero che in Italia le code inutili sono più numerose che altrove. «Perché il personale è insufficiente e scortese, i cantieri sulle strade sono più lunghi e lenti del necessario, i cartelli scarsi , scritti in "burocratese" o con caratteri minuscoli. Le istituzioni, pubbliche o private, spesso non hanno rispetto per i cittadini. Ciò scatena l'aggressività che, spesso, viene rivolta contro il più vicino, cioè il "collega" di fila, mentre sarebbe più utile solidarizzare contro l'istituzione. Anzi: la coda, almeno alle persone estroverse, offre l'occasione per fare nuove conoscenze. Nei Paesi anglosassoni tutti fanno ordinatamente la fila, ma nessuno parla con gli altri. La coda in versione latina può essere invece un'ottima occasione per socializzare».
Per chi non vuole perdere tempo
Lunghe code nel traffico per raggiungere i luoghi di lavoro? Approfittatene per seguire un corso di inglese con audiocassette. Se non siete portati per le lingue, potete optare per i classici della letteratura recitati da attori teatrali.
Rilassatevi alla guida, con qualche esercizio anti-stress: muovete la testa per sciogliere l'articolazione del collo, alzate e abbassate le spalle, allargate le dita, stringetele a pugno e rilassatele, contraete e rilassate i muscoli delle braccia e delle gambe. Concentratevi anche sulla respirazione diaframmatica, tendendo i muscoli addominali mentre espirate profondamente.
Ascoltate in un walkman la vostra musica preferita, quella che vi rilassa o vi dà la carica per affrontare la giornata.
Non riuscite mai a trovare il tempo per leggere il giornale? Alla radio, soprattutto al mattino, ci sono molte rassegne stampa che servono allo scopo. In generale, la radio è una fedele alleata di chi trascorre molto tempo in coda: offre programmi per tutti i gusti, dalla musica all'approfondimento della cronaca e della politica, dall'informazione al cabaret, dalle notizie sul tempo a quelle... sul traffico.
da «Bella» (Edit) 7 dicembre 1999
